Benevento
La pulizia, l’ordine, le facciate restaurate dei palazzi nobiliari a prima vista ci portano con la memoria a certe cittadine-gioiello delle Marche o dell’Umbria. E invece siamo in Campania, a Benevento, la città-museo che mescola, sotto il suo cielo azzurro, rovine e testimonianze della Roma imperiale, reperti egizi, angoli medioevali, palazzi secenteschi e settecenteschi, fino a quelle meraviglie moderne che sono le sculture di Mimmo Paladino all’Hortus Conclusus.
La città non è proprio pianeggiante. Vista dall’alto i due fiumi che la bagnano ai fianchi, il Calore e il Sabato, sembrano due lunghissime braccia azzurre che si allungano come magici tentacoli in mezzo al verde della campagna circostante tutta delimitata dalle colline. Tanto è vero che dalle terrazze della Rocca dei Rettori la vista spazia verso il basso in dirczione del quartiere Libertà.
Una città strana questa Benevento, città strana e affascinante nello stesso tempo. Passi davanti all’Arco di Traiano, lo vedi così imponente e tiri dritto pensando, forse, che l’Arco di Costantino a Roma ti da più emozioni. Poi attraversi Corso Garibaldi, la strada più centrale ed elegante di Benevento, dai un’occhiata alla tua sinistra e in fondo a una traversa, che si chiama via Traiano, ammiri quell’Arco che sembra ammiccarti da lontano. Ti fermi e da quell’angolo non ti muoveresti più.
Corso Garibaldi dove si affacciano i palazzi dell’aristocrazia d’un tempo, principi, duchi, baroni, conti, i grandi feudatari che hanno trasformato questo angolo di paradiso in una terra fertile coltivata a vigneti e a ulivi, dove pascolano mucche grasse e vitelli magri che offrono alla tavola carni pregiatissime. Buon vino (il Taburno su tutti), buon olio (giallo, paglierino e trasparente), buona carne (saporita e tenera nello stesso tempo) se questa non è la terra degli Dei, allora l’Olimpo non è mai esistito.
E a proposito degli Dei, la leggenda dice che l’odierna Benevento sia stata fondata da Diomede, uno dei guerrieri achei che combatterono vent’anni sotto le mura di Troia, potente con l’arco e con le lance. La presero evidentemente larga la via del ritorno a casa i principi greci, con le navi stracariche di ori e di schiavi, se si permisero il lusso di impiegare tempo e rinnovate fatiche per fondare nuove colonie sugli italici lidi.
Diomede o non Diomede questa città, ormai è certo, è stata fondata dai greci e poi conquistata dai romani che dopo diversi assalti, non tutti riusciti per la verità (ricordate le forche caudine?), l’espropriarono ai gloriosi Sanniti. I Sanniti furono un popolo duro a piegare la testa (ancora oggi i beneventani si vantano d’avere un carattere poco accomodante) e assai abile con le armi. All’epoca dello scontro con le falange romane, l’esercito sannita era guidato dal generale Caio Ponzio Telesino. In uno dei tanti scontri i romani furono sonoramente battuti presso Caudium, nell’attuale Valle Caudina. E non solo subirono l’onta della sconfitta ma anche i danni morali della beffa, perché i Sanniti costrinsero i vinti a passare sotto un giogo formato da tre lance per costringerli ad abbassare la testa, in segno di umiltà, davanti all’esercito vittorioso. Dapprima passarono i consoli, poi i tribuni, infine i semplici soldati. Una passerella davvero infelice ritmata da un suono umano, allora sconosciuto, emesso dalla bocca semicoperta dalle due mani posizionate a forma d’imbuto. Così la leggenda vuole che siano stati i Sanniti a inventare la classica e mediterranea pernacchia.
I Romani, comunque, e la storia ce lo conferma, sono stati fondamentali per questa città. Intanto le cambiarono nome e da “Maloentoiì ” che avevano interpretato come “malum eventum “, approfittando della vittoria su Pirro la battezzarono Bvneventum.
Poi cominciarono ad abbellirla sicché Benevento vide arrivare dal lontano Egitto obelischi, statue raffiguranti divinità, come Iside, o che alle divinità erano dedicate.
Oggi passeggiando per le vie della città è possibile ammirare i due obelischi e il Toro Apis, reperto recuperato dal Tempio di Iside voluto da Domiziano nell’88 d.C.. Oltre all’Arco di Traiano, Benevento offre ai suoi visitatori quel gioiello di architettura che è il Teatro Romano, per bellezza secondo in Italia solo al Teatro Antico di Taormina, E poi ancora l’Anfiteatro, le innumerevoli tombe che abbelliscono il chiostro di Santa Sofia, i reperti conservati nel Museo del Sannio e soprattutto, alla vista di tutti, perché si trovano nei vicoli del vecchio quartiere Triggio, dalle parti del teatro, sculture romane incastonate nei vecchi palazzi probabilmente salvati e lì collocati dai Longobardi che pure contribuirono a rendere Benevento una città bella e godibile.
Il dominio longobardo, non a caso il Ducato di Benevento era chiamato pure Longobardici minore è stato quello più lungo essendo durato quasi tre secoli. Poi c’è stata la dominazione normanna, sveva, angioina (ricordiamo la famosa battaglia di Benevento nella quale Carlo d’Angiò sconfisse Manfredi, l’ultimo erede della dinastia sveva), quella pontificia, quella francese e infine quella austriaca che riconsegnò la città al Papa dopo il Congresso di Vienna. Infine la cosiddetta Restaurazione fino all’unità d’Italia con la campagna dei Mille.
Il Beneventano è stata, dunque, una terra non solo di grandi passioni ma anche scenario di guerra tra i più cruenti. Oggi le varie dominazioni che si sono succedute hanno lasciato il meglio di sé, come l’imponente Rocca dei Rettori a ricordo di quando la città era retta dai delegati del Papa e le novantuno chiese fedeli custodi di preziose opere d’arte che il mondo intero ci invidia.
Tutt’attorno è la collina a testimonianza di una precisa vocazione verso l’agricoltura nella quale oltre ai vini, al frumento e all’olio spicca la produzione di tabacco in foglia.
Certo che con tutto questo patrimonio artistico e culturale, Benevento potrebbe aspirare a qualcosa di più: rientrare a buon diritto, per esempio, negli itinerari turistici della regione che stranamente, oltre a Napoli e a Paestum, si fermano alla costiera amalfitana.
Da qualche anno c’è un turismo religioso in fermento e riguarda Pietrelcina, il paese che ha dato i natali a Padre Pio (l’altro santo indigeno è San Gennaro le cui spoglie sono conservate a Benevento ma che è conteso aspramente dai napoletani). Ma bastano a rilanciare Benevento?
Un’ultima annotazione per Mimmo Paladino, scultore di fama internazionale di cui Benevento giustamente va fiera. Alle sue opere, in pieno centro storico alle spalle dell’università è stato dedicato uno spazio espositivo permanente chiamato, come si diceva dianzi, Hortus Conchtsus. Vi si accede da vico Noce che è la via Brera di Benevento, la strada degli artisti. Qui Pajladino tra le tante opere espone un cavallo in bronzo di rara bellezza che porta una maschera d’oro. E questa maschera rimanda, irrimediabilmente, agli attori greci dell’antichità che si munivano di maschere quando recitavano le tragedie al tramonto. Un punto di congiungimento con il passato, l’anello che si chiude. La leggenda è leggenda e Benevento, lo ricordiamo, non per nulla è stata fondata dal greco Diomede. Oppure no?
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