Matera
Al mattino, con il primo sole, i Sassi di Matera appaiono in una dimensione surreale. L’aria è limpida, tersa. Il cielo è di un azzurro incredibile senza nuvole. E il silenzio che avvolge il grande canyon su cui sorge l’antica città rupestre è rotto solo dal cinguettio degli uccelli che volteggiano attorno ai campanili delle chiese e dal rumore, allegro e ritmato, delle acque del torrente Gravina diretto di gran carriera alla sua foce nel fiume Bradano.
Bisognerebbe descrivere i Sassi nei tre momenti cruciali della giornata di un materano e cioè al mattino, al tramonto e di notte, per capire appieno quali messaggi questo agglomerato di case rimanda in continuazione nell’animo dei suoi cittadini.
Messaggi che aprono i sentimenti, che stimolano in continuazione gli animi di chi lì ci è nato ed è, poi, fuggito per occupare nella città nuova due stanze più servizi con tutte le comodità dell’era moderna: acqua corrente, luce, gas, parchi e panchine all’ombra di ombrosi pini marittimi.
Sensazioni che colpiscono violentemente il giovane materano toccandogli le corde della nostalgia per un vissuto di cui ha solo un pallido ricordo o di cui ha sentito parlare in famiglia dai genitori, dai nonni o dagli zii. Ecco, allora, che riaffiora la tentazione di rivivere la cultura del vicinato, di abitare nuovamente, in qualche modo, quelle strutture a piazzetta che sono sì l’orgoglio di Matera, ma che furono considerati una “vergogna nazionale”. Qualcuno oggi racconta di avere visto De Gaspen piangere davanti ai Sassi ancora abitati e che rappresentavano la città di Matera negli anni del dopoguerra quando l’Italia si avviava verso la sua ricostruzione. Ebbene De Gasperi ordinò di costruire la nuova città fuori da quei due coni rovesciati. E così nacque la Matera moderna, fatta sorgere appena sopra il costone roccioso del canyon bucato dalle grotte rupestri e dalle vecchie abitazioni.
Oggi i Sassi appartengono, inevitabilmente, a tutto il mondo civile.
Arrivare a Matera, arrampicarsi sulla collina di fronte alla vecchia e alla nuova città e trovarsi di colpo davanti ai Sassi è come assistere, inermi, a un viaggio senza tempo. Guardando la strana urbanistica dei due Sassi, quello Barisano e quello Caveoso, come due imbuti rovesciati, si capisce subito il motivo per cui Carlo Levi intitolò “Cristo si è fermato ad Eboli”, il suo libro più famoso dedicato alla Lucania e alla sua gente. Un titolo che rievoca una grande metafora, ancora oggi attualissima, guardando quelle dimore abbandonate che sembrano le case dei fantasmi: la civiltà si era fermata a Eboli e non era mai entrata nel cuore della Lucania. Ecco perché ci vengono in mente le parole con cui lo scrittore torinese descrisse i Sassi non appena li ebbe visti: “Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’inferno di Dante”.
In effetti la vista dei Sassi, di giorno, provoca una stretta al cuore ma di notte no. Il panorama che si intravede quando la luna piena rimanda nel buio più totale il chiarore di quelle bianche facciate, è un qualcosa di straordinario e le sparute luci che si intravedono in mezzo a quei muri (alcune case sono state nel frattempo riadattate e abitate alla meglio) assieme alle mute di cani indolenti, gli unici padroni dei sassi abbandonati, ci portano al paradiso terrestre, oppure ci ricordano i luoghi santi della natività. Ecco che, di notte, quando il cielo è stellato, queste pietre si trasformano in un presepe vivente dove ogni tetto, ogni casa, ogni piazzetta, se visti con le giuste motivazioni, possono sembrare, fino all’inverosimile, tante capanne come quella di Giuseppe e di Maria.
E se Cristo si è fermato a Eboli, durante il ventennio, quando l’antifascista Carlo Levi venne mandato al confino scortato da due gendarmi e con un volume di Montaigne nella sacca, lo stesso Cristo sembra che non si sia mosso di un millimetro, oggi, alle soglie del terzo millennio.
Ebbene che cosa dire, dunque, di Matera se questa città non è toccata da un treno (bisogna arrivarci in auto o in pullman), se ha il venti per cento della popolazione disoccupata, se non ci sono industrie di rilievo se si escludono due, tre fabbriche di salotti e la dependance di un grande pastificio nazionale, se non ha prodotti dell’artigianato che circolino nel mondo, se non c’è terziario, se non ha infrastnitture né adeguata ricettività alberghiera?
Eppure Matera è nota in tutto il mondo per i suoi Sassi che, oramai, da decenni sono stati adottati dalla comunità internazionale. Sassi che sono ancora lì a testimoniare se stessi senza la minima speranza di tornare presto al loro antico splendore.
Si dice che ci vogliono ancora vent’anni ma crediamo che ce ne vorranno di più.
E dire che sui Sassi poggia il rilancio della seconda città della Lucania se non proprio il rilancio dell’intera regione.
Secondo i materni, i Sassi dovranno diventare un quartiere di Matera. Previsioni è difficile farne. Diciamo che tutto tornerà a posto entro i prossimi venti anni. Un’altra scommessa dei materani è quella del turismo. C’è, infatti, la fascia costiera, quella che si sviluppa attorno a Metaponto che, dicono, potrebbe essere per la Lucania una sorta di nuova California non solo per le bellezze naturali, ma anche per un microclima che potrebbe favorire l’insediamento di alberghi e case di riposo per anziani in grado di funzionare tutto l’anno.
Certo, ma a cose fatte occorre che a Matera ci si possa arrivare anche con il treno. Oggi chi vuole venire in questo intatto angolo di paradiso terrestre deve sobbarcarsi un viaggio in auto, per chi arriva da Bari, di circa settanta chilometri. E lo sforzo per arrivarci è ben ripagato perché oltre ai Sassi, Matera ha un patrimonio archeologico unico al mondo: pensate alle chiese rupestri, ai gioielli dell’età ellenistica, ma anche ai reperti che vanno dal paleolitico fino alla tarda età del bronzo conservati presso il Museo Ridola. E poi c’è il Centro Carlo Levi ospitato in Palazzo Lanfranchi dove assieme alle famose vignette pubblicate dal quotidiano ” Italia Socialista”, ai quadri e ai bozzetti provenienti dalla Fondazione, c’è da ammirare il magnifico ” Polittico del ’61″, l’opera pittorica più grande che Levi abbia mai creato e che è un inno alla gente lucana. Il ” Polittico” è dunque in pittura quello che in letteratura può considerarsi il ” Cristo” : due modi di gridare al mondo il proprio amore per una terra e i suoi abitanti, abbandonati dalla civiltà, ma portatori di una cultura contadina assai più grande. Basta andarsi a rileggere le pagine del ” Cristo” per rivedere nel ” Polittico” gli umori di una terra coltivata a lacrime e sangue e le facce colà descritte interpretate con la parola e con il pennello, con la prosa nuda e cruda e con i colori talvolta tenui come la speranza o gridate come la rabbia. Ecco Matera e i suoi gioielli. Per non dimenticarli.


