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Anna Maria Zaccone Cerasuolo: la voce eterna della poesia
(…)
Anima:/
mistero senza confini,/
unica libertà/
nel “lager” del pregiudizio>>
(Momenti)
di Santi Lo Giudici
Se, con una s
erie di introspezioni genealogiche, desiderassimo appropriarci dell’ imago mentis di Anna Maria Zaccone Cerasuolo, scoveremmo uno scenario vitalizzato da un grande libro del tutto verosimile ai testi relegati in preziose stoffe damascate ed esposti su alti leggii delle chiese ortodosse d’Oriente. Libro fissato alla pagina d’apertura con su scritto, con caratteri in oro a striature rosse, la parola amore: ora nell’accezione di “amore per sé”, ora in quella di amore per Lorenzo, di amore per sé tramite Lorenzo riversato all’intera umanità. E quel che più sorprende è che i restanti fogli del libro, tanti quanti sono stati i giorni della sua vita, ripropongono, qualunque sia la tematica affrontata, la medesima parola. In questa parola è calato concretamente, da una parte, l’universo poetico e, dunque, intellettuale e, dall’altra, gli universi nascenti e illuminati di creatività: trasposizioni e mimetizzazioni della realtà in illuminazioni in cui, con fregi di musiche, parole, danze e scene, è possibile cogliere origine e impeto in quella sfera magica custodita dalle sue sensuali e <<tiepide mani>> (Profumo di fresie). E la sensualità si fa carne desiderante e trascina con sé i suoi universi emotivi fino ad impossessarsi – financo, smentendo Cartesio e soltanto al pari, nella letteratura di tutti i tempi, delle lettere di Eloisa ad Abelardo – dell’atto di pensiero: <<Il tuo pensiero balena nel cuore/come scoccar di saetta/dall’arco sottile del mio desio./Freme e si impiglia/tra i nostri ricordi/e poi disfrena la punta/traverso le carni/che, ferite, s’increspano tutte/di brividi lunghi>> (Il tuo pensiero).
La poesia, anche quella della prima ora, è matura e sicura, come se avesse percorso in sé gli stati d’iniziazione, colorata e visiva. Le liriche vivono nell’atmosfera che ha già patito l’intuizione dei tramutamenti <<che porta/ alle semplici cose,/all’umiltà di sogni modesti>> e sospinti a un’ulteriore spoliazione e prosaicità di quel <<fiore rosso/…colto dalla cima del cuore/in un’alba d’aprile,/per offrirlo al miraggio/di tradurre in canto/l’anelito d’ogni speranza>> ad opera della quale la poesia perviene a vertici di ricerca di storia e rapporti tra l’uomo e il mondo che costituiscono il senso fisico e metafisico della poesia dell’Ottocento e, in qualche modo conclusiva, del Novecento. Rileggendo qualche verso di “Fragilità”, “Vorrei”, “La grazia delle cose”, “Come?” torna all’orecchio l’eco di Dante, Pascal, Leopardi, Stendhal, Kierkegaard, Antonioni, Fellini. Nelle poesia “Il vero” dell’ontologicità dell’esistere approntato a un percorso che sì piega a l’amen del Destino nell’accezione di Nietzsche: <<(…) Così soli noi siamo,/pure se uniti/da un comune umano dolore,/o dalla brama di una carezza d’amore/che plachi il turbinio/del vento del destino>>. E la condanna delle Parche si fa aspettativa nella poesia “Due mondi”: <<(…)Volentieri andrei/lungo le rive del Lete,/tra i bianchi asfodeli/sacri all’oblio;/dove essere soli,/nella propria vicenda/d’amore e di morte,/ha un senso compiuto/ed assoluto>>.
Abbiamo accennato al paesaggio in cui è inserita la poesia di Zaccone Cerasuolo, e potremmo allargare l’analisi per godere ampiezza e profondità, ma quel che è certo è che l’Autrice ha trascritto della propria anima che, seppur immersa negli aliti del suo tempo, vive tuttavia in una scrittura inimitabile e originale, tra tesori e sensibilità, acutezza e connessioni mentali sorprendenti ed estrose per esplorare e cogliere le contraddizioni e paure proprie e altrui. I suoi transiti esistenziali, come quelli dello Heidegger dei Pensieri interrotti, procedono addentrandosi nell’universo fino a sentire la tristezza dove <<il male raggiunge il cuore/e, come un tarlo, rode nel buio>> (“Trama sottile“); è il mondo senza speranza e compromissione, rischiarato da false chimere; è il cammino di dubbi e domande brucianti che dicono di <<Misteri contro misteri,/in cui si logora ogni speranza/ d’ampliare “virtude e conoscenza”>>. La vanità e l’aridità delle cose, la miseria materiale e intellettuale, hanno memoria inquieta della terrestrità, dove non si scorge più alcun indizio di brace, ma solo il ghigno beffardo di <<misteriosi numi/che di noi ridono/nel vederci affannare>> (Pedine), una volta che si ha coscienza che siamo rimasti <<senza più Dio,/perché senza pietà>> (Essere nel mio tempo). Ma restano le piaghe sanguinanti a testimoniare del definitivo tramonto del sogno e talora, con crudo realismo, affiorano, come un amarcord Felliniano, sprazzi di rinascita soltanto <<se il canto rifiorisce nel cuore>> (Declino).
E c’è molto di più sul piano che coinvolge l’evoluzione sociale degli umani attraverso la falsità delle narrazioni e delle metanarrazioni. Il senso de “La storia” non è presente soltanto nella parola scritta ma è congiunto al significato delle parole non scritte: è presente nella mirabile ricchezza di polisensi che sprigionano da ogni verso, piegati a mostrare di quanto la storia debba affrancarsi dalla storiografia classica e rapportarsi, invece, a una storiologia che almeno, in alcuni passaggi dice niccianamente che la storia <<è fatta di pagine/che il vento del tempo/strappa alla memoria/e sostituisce/con altre pagine,/sulle quali la vita segnerà ancora/errori e menzogne/ d’ingloriosi eroi>>, e non nega vichianamente quanto le tragedie <<si compiono/al ritmo dei corsi e ricorsi/del fato>>. Il senso delle narrazioni storiche non consiste tanto nella lettura del nostro tempo riferita ai fatti raccontati in un modo invece che in un altro, quanto nella maturazione delle contraddizioni, nelle lacerazioni dei sentimenti dimenticati dell’uomo, nel riflesso dei turbamenti e di quanto c’è di ingiustizia, di velleità, di amenità, d’indifferenza al sangue e alla fatica del singolo rientrante in una ferita più generale e universale come un codice di inconciliabilità che interseca, spaccandola, l’esistenza.
Sconcerti per oboe e tromba
Una raccolta di versi, prose e pensieri dal 1989 di Daniele Colica
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In morte di un’amica, Ida Nanini
Ida cara, che vuoto hai lasciato
attorno ai tuoi affetti, attorno a me e ai tuoi amici.
L’unico conforto cristiano è
il saperti lassù dove la
cognizione del dolore è pressocchè nulla.
Non so dove sei con precisione
ma mi piace immaginarti
vestita con una leggera tunica
bianca sormontata da una coroncina
di fiori che lasciano liberi sulle tue spalle,
i riccioli biondi che già in terra,
ti davano una certa aurea bellezza.
Ora stai tra i beati che innalzano
cori di giubilo al Signore, mentre tu,
povera innocente, danzi con altri
angeli, gaia e felice perché non
avverti più alcun dolore.
E mentre danzi in circolo,
squilli di trombe divine
ritmano i tuoi saltelli celesti,
come celesti erano i tuoi occhi e
come candido era il tuo animo che
rincorreva invano la felicità terrena.
Ora Ida, riposa in pace e che
il giusto sonno ti rinfranchi di tante amarezze,
di tante malinconie.
La tua vita terrena ormai rimane
nel ricordo angoscioso di chi hai lasciato
un mattino di primavera fiorentina,
quando i profumi di tiglio
si spandevano nell’aria come
il canto festoso delle rondini
che si rincorrevano tra i tetti e
che hanno accompagnato la tua dipartita.
Ciao Ida!
Ricordati di affidarti al Beato,
colui che in terra portò la croce di Cristo
invocando Maria protettrice.
Guarda il Beato e guarda Nostro Signore,
nelle loro fattezze troverai il vero volto
di Dio.
“Santo Subito”
Tu Papa dagli occhi azzurri
tu papino che hai insegnato
al mondo che al dolore si risponde
col sorriso, tu che ci hai insegnato
il coraggio, che ci hai predicato di
non aver paura se l’Orso era bianco o
era bruno
tu Karol portavi i segni della tua gente polacca
che ha forza nelle braccia e una capacità d’amore
uguale a Cristo.
Ti ricordo con affetto caro papino e ogni tua
immagine ancora oggi mi inumidisce gli occhi.
Sono passati cinque anni da quando sei salito al cielo
mentre nella piazza sottostante il tuo popolo
invocava “Santo Subito”
era la sera vespertina di un incipiente aprile.
Una leggera brezza primaverile sfogliava il
Sacro libro del Vangelo e quel fruscio con te dentro la bara
sembrava essere l’ultimo flebile saluto agli amati polacchi
venuti a Roma da ogni dove e alla gente italiana che
ha presto imparato a conoscerti senza la necessità
di “Corrigerti” quando parlavi italiano
la nostra e la tua lingua.
Ohi noi che viviamo il duro presente del dopo,
e che non ci rassegnamo al vuoto
che hai lasciato nei nostri cuori
Papino Karol tu che proteggi l’umanità
con l’insegnamento di Maria
trovo oggi l’occasione di ringraziarti
perché un dì, poco dopo, la tua dipartita
una colomba bianca mi ha svelato l’immagine spirituale
del mio Angelo custode, stessi occhi azzurri
stessa voce celeste, stessa sensibilità.
Ecco volevo dirti ancora grazie
mentre gli occhi mi si inumidiscono.
Così come quando passeggio per le vie della tua Cracovia
e penso di calpestare il duro cemento
certo che anche tu lo hai calpestato in vita
Solitudine 3
Solitudine e` quando
parli con la tua compagna
e le parole svaniscono nell’aria
come bolle di sapone.
Solitudine è quando
ti svegli solo nel letto
chiami lei
ma la casa ti risponde con un sinistro silenzio.
Solitudine è guardare il tuo futuro
come in una sfera di vetro
e al posto delle montagne e delle nevi
guardi il tuo incedere lento e precario
verso una meta che tarda ad arrivare.