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Archivi per la categoria ‘Libri’

postheadericon DON CHISCIOTTE O DON GIOVANNI ? UN NEMICO ALLA RAI

IN UN LIBRO GLI OTTOCENTO GIORNI DI MAURO MASI A VIALE MAZZINI

Li ha veramente vissuti da nemico,  Mauro Masi, gli ottocento giorni trascorsi  alla Rai come direttore generale .  Nemico  di chi ? Nemico di tutti ovviamente . Dagli  impiegati ai capistruttura,  dai direttori di rete ai direttori di testata fino ai componenti del cda compreso lo  stesso presidente Galimberti e qualche giornalista di contorno, ovviamente di sinistra.
C’é  un libro che racconta questa storiaccia che si intitola un nemico alla Rai edito da Marsilio uscito in questi ultimi tempi.
Mauro Masi si scontrò più volte con Michele Santoro fino al memorabile Vaffa … rivolto in diretta a Masi durante una puntata di Annozero.
La misura era colma  e Masi, che era  andato in Rai non solo per riequilibrare i conti  ma anche per essere il garante di una corretta informazione pubblica, di lì a poco
fece le valigie da Viale Mazzini , successivamente seguito da Santoro dopo un estenuante braccio di ferro con l’azienda .
Il libro è diviso in tre parti: nella prima c’è la prefazione di Vittorio Sgarbi , molto sentita ed appassionata nella quale il critico d’arte paragona Masi a un Don Chisciotte travestito da Don Giovanni o da Zorro dentro una Rai di impiegati paurosi e costretti ad accettare l’egemonia del pensiero unico.
Lo paragona per la testardaggine a Don Chisciotte , per la innata galanteria a Don Giovanni e per il coraggio a Zorro.
Nella seconda parte, quella centrale, sono raccontati gli ottocento giorni di Masi  alla Rai ed è una sorta di autobiografia sollecitata dalle domande del giornalista Carlo Vulpio che lo intervista con rilievi puntuali e pertinenti.
La terza parte del libro la scrive di suo pugno Carlo Vulpio per raccontare l’odissea  della trasmissione su canale Uno in prima serata dal titolo ‘ ora ci  tocca anche Sgarbi or vi sbigottirà’ .
Un caso clamoroso nella storia della Rai perché è stata l’unica trasmissione ad essere sospesa dopo la prima puntata per insufficienza di share.
In verità si è trattato di una congiura contro Sgarbi voluta allora dal partito degli antiberlusconiani i quali s’erano messi in testa che la trasmissione avesse come riferimento il cavaliere.
Tutto men che questo.
Ecco che cosa è la Rai!  un tritacarne che maciulla idee, uomini di cultura e soldi dei contribuenti senza far valere i diritti di una cultura che è nel paese più diffusa di quanto si pensi.
Per fortuna Mauro Masi se n’era già andato.

postheadericon Rinaldo Bonanno: tra classicismo e barocchismo

Pregevole monografia di Carmelo La Mancusa sullo scultore raccujese Rinaldo Bonanno

di

Santi Lo Giudice

Vite e opere dello scultore raccujese Rinaldo Bonanno

In quale atmosfera culturale ha iniziato i suoi primi passi Rinaldo Bonanno? Carmelo La Mancusa ci offre i seguenti indicativi scenari: <<Nella prima metà del Cinquecento a Messina domina la tradizione quattrocentesca e l’arte di Antonello Gangini. Accanto a scultori toscani come Mazzolo e allo stesso Gangini, verso la metà del secolo si inseriscono Giovanni Angelo Montorsoli, che rimane a Messina dal 1547 al 1557, i suoi aiuti scalpellini e marmorei, il suo collaboratore e nipote Martino Montanini, che, dopo la partenza dello zio, riceve la nomina di capomastro scultore del Duomo e in questa città vi lavora fino al 1561 (…) Ed è proprio in questo periodo che a Messina si afferma il modello michelangiolesco ed il Manierismo, portati nella città dello stretto dal fiorentino fra’ Giovanni Angelo Montorsoli e dal carrarese Andrea Calamech, i quali introducono un notevole cambiamento nel campo artistico messinese. In questo clima di rinnovamento s’inserisce in maniera autorevole e originale Rinaldo Bonanno, prima come allievo del Montanini, dal 1559 al 1561, e dopo con la collaborazione del suocero Andrea Calamech>>.

Le riflessioni del La Mancusa non si fermano qui. A quanti sostengono che il Bonanno non sia andato al di là delle riproposte dei suoi maestri, egli afferma con tono perentorio che la produzione del Bonanno sia andata ben oltre la consolidata tradizione egemone nell’ambiente messinese e siciliano in genere del tempo. Di questa tradizione – scrive La Mancusa – che <<[il Bonanno] non accetta passivamente i suoi modelli; sa invece abilmente fondere le due correnti artistiche, quella fiorentina e quella gaginiana, e imprimere nelle sue sculture qualcosa di nuovo e di intimamente personale, mitigando soprattutto il senso della drammaticità dei seguaci di Michelangelo>>. Questa commistione di più elementi d’ispirazione creativa si deve alle esperienze che il Bonanno ha maturato fuori dai confini messinesi, soprattutto in Calabria e a Napoli: luoghi dove operavano artisti di chiara fama come Gerolamo Santacroce, Bartolomeo Ordenez, Giovanni Da Nola, Annibale Caccavello. L’esperienza napoletana in particolare ha inciso nell’ultima produzione del Bonanno, tanto da essere facilmente rintracciabile nelle sculture calabresi, dove, rileva il La Mancusa, <<accanto all’elemento classicheggiante vi è qualcosa di nuovo che consiste in quel “ritmo spiraliforme” della figura e nell’espandersi dei piani verso direzioni divergenti>>. Elementi questi che, rileva acutamente La Mancusa, <<avvicinano il nostro artista a quell’andamento a serpentina che sarà tipico di Pietro Bernini e del figlio e più famoso Gian Lorenzo, cioè l’interprete del barocco romano>>.

Quanto sopra riportato fa parte della monografia di rilievo storico-artistico “Vita e opere dello scultore raccujese Rinaldo Bonanno”, apparso nella collana “Interstizi” per le Edizioni Luigi Pellegrini di Cosenza, a firma del La Mancusa. Si tratta di un opera ben congegnata nella forma e nei contenuti che propone. Le pagine sono sorrette da una spessa cartonatura e da una stilizzata sopracopertina in cui, nella prima di copertina è riproposto il “San Sebastiano” (oggi istallato nella chiesa di S. Maria di Gesù di Raccuja) mentre nella quarta di copertina si eleva la “Madonna col bambino o del Soccorso” (oggi presente nella chiesa dell’Immacolata di Radicena, Taurianova – Reggio Calabria).

Fino allo studio di Beatrice Saccone, “Rinaldo Bonanno scultore e architetto messinese” (Luca Editore, Roma, 1960) poco si conosceva del Bonanno, e quel poco, fa presente opportunamente La Mancusa, risale <<al 1559 e si trova nel documento numero 1, conservato nella biblioteca del casalvetino prof. Domenico Puzzolo – Sigillo nel volume relativo a scultori e architetti messinesi dal sec. XV all’inizio del sec. XVIII>>. Tale <<documento oltre a indicare il periodo di apprendistato che Bonanno doveva svolgere presso la bottega di Martino Montanini Fiorentino, precisa la provenienza del padre dell’artista dal territorio di Raccuja e l’età che il figlio aveva nel 1559: circa quattordici anni. Da tale notizia si può desumere che Rinaldo Bonanno nacque a Raccuja intorno al 1545>>. Documento da cui si apprende, inoltre, che il giovane Rinaldo, assecondato dal padre, si trasferisce a Messina presso la bottega del maestro Martino Montanini e successivamente presso l’altrettanta prestigiosa bottega dell’illustre maestro carrarese Andrea Calamech.

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postheadericon Bere bene e cibi buoni, ecco la cultura di “Eat Parade” di Bruno Gambacorta

Eat parade

Eat parade

Riusciranno i nostri giovani a trovare lavoro nelle campagne impiegandosi nell’agricoltura e nei suoi prodotti? E’ una delle ipotesi che gli osservatori economici indicano in questi giorni di crisi da spread per far nutrire delle speranze di lavoro di lungo termine ai nostri giovani laureati e non. In fondo questi ragazzi sarebbero impegnati in quella via del ritorno che affrontarono negli anni sessanta i loro padri, cioè coloro che abbandonarono le campagne per venire in città. Allora era l’epoca della preindustrializzazione per cui i campi era meglio abbandonarli a favore delle officine. Oggi, invece, con la delocalizzazione industriale, si dovrà andare necessariamente alla scoperta dei campi per assicurarsi un presente e un avvenire. Possibilità ce ne sono a iosa, pensate agli agriturismi, pensate ai coltivatori diretti, pensate ai ristoratori con campo annesso. Insomma, c’è tutta una serie di alternative che dovrebbero avere come dato comune, e questo è un dato imprescindibile, la qualità dei prodotti, E’ questo il senso del libro del giornalista Bruno Gambacorta, del Tg2, che ha riassunto in “Eat Parade” (RaiEri Vallardi – 271 pagine, euro 15,90), un’opera assai curiosa che oltre a offrire ricette originalissime legate a personaggi e territori, fa un tentativo d’obbligo di instaurare nel consumatore la cultura del bere bene e del mangiar meglio. Perché ciò accada bisogna avere la predisposizione, il tempo e le risorse necessari alla ricerca del cosiddetto cibo perduto, il cibo dei nostri nonni, il cibo che oggi rimpiangiamo ma che quando eravamo piccoli guardavamo con sospetto sul piatto che i nostri genitori ci ordinavano di mangiare. Non c’è dubbio che gli italiani oramai da qualche decennio hanno imparato a bere bene andando a comprar vino nei weekend dai vignaiuoli d’arte protagonisti di un prodotto che non si trova nella grande distribuzione ma che è di nicchia e sicuramente sincero. Così come nell’autunno inoltrato c’è la corsa all’olio novo, nelle zone dove solitamente questo olio viene prodotto e cioè nelle zone collinari della Toscana (il Chianti), nel reatino (in Sabina) oppure in Puglia, in Sicilia alle falde dell’Etna, oppure nel nord Italia sulle colline che costeggiano il Lago di Garda da cui si produce un olio dal sapore terroso ma ottimo nella guarnizione d’insalate e nel condimento delle bruschette. Quest’olio non piace a tutti ma i veri intenditori, lo tengono in serbo, come si fa con le etichette delle acque minerali che si tirano fuori per le migliori occasioni. L’Italia delle bollicine che vede contrapporsi la Lombardia con il Berlucchi di Franciacorta e il Trentino con il Ferrari dei fratelli Lunelli, trova nuove sfide per nuovi sapori con i bianchi dell’AltoAdige che vengono contrapposti ai bianchi della Campania e della Sicilia. Il libro di Gambacorta è fatto come la scaletta di una trasmissione televisiva (non poteva essere diversamente!), perchè assieme alla declinazione di una antica ricetta (vedi per esempio quella che declina le Pappardelle con sugo di peposo su passata di ceci) abbina un approfondimento sul personaggio a cui questa ricetta è molto vicina, in questo caso la Donatella Cinelli Colombini, produttrice, forse, del miglior Brunello di Montalcino e fondatrice, nel 1993 al Vinitaly, del Movimento Turismo del Vino. Tante curiosità e tanto buon vino e tanto buon cibo si possono legge nelle pagine di Ganbacorta che oltre all’anedottica abbina argomenti di grande curiosità come la gastronomia dei carcerati alcuni dei quali sono specializzati nella pasticceria, vedi i detenuti del carcere di Padova, produttori di un ottimo panettone, chiamato Giotto che si acquista su internet e che delizia i palati dei veri intenditori del tradizionale dolce milanese. Anche papa Ratzinger conosce il panettone Giotto tanto è vero che in uno di questi ultimi Natali ne ha regalati circa 250 ad altrettanti stretti collaboratori. Ma questo di Padova non è che uno dei tanti filoni, perché tra i cosiddetti sapori reclusi trovano spazio anche la “Banda Biscotti” della casa circondariale di Verbania e “Pausa Caffè” nelle carceri di Torino e di Saluzzo. In Toscana le “cene galeotte” sono invece organizzate una volta al mese nel carcere di Volterra. Noti chef si alternano alla guida di un gruppo di cucinieri detenuti che dopo alcuni anni scontata la pena riescono poi a trovare posto in famosi ristoranti. Ecco un’altra via che porta a lavori seri in tempo di crisi. Questo libro non ha un inizio né una fine ma lo si può leggere aprendolo a caso e scoprire così una vecchia pietanza meridionale coi limoni di Sorrento, ma potrebbero anche essere di Palermo, e cioè le fette di limone zuccherate riposte in frigorifero e servite nei pomeriggi estivi quando il caldo esige una pausa refrigerante oppure al termine di un pasto a base di pesce. Da ragazzi noi mangiavamo le fette di limone condite col sale oltre che con lo zucchero senza sapere che all’alba del terzo millennio questa ricetta riscoperta in Campania è diventata uno dei richiami più gustosi della Costiera Amlfitana.

postheadericon NELLA RIEDIZIONE DE “IL MERCATO DELLE MERAVIGLIE”DI NICOLO’ SERPETRO UNA NUOVA VERSIONE SULLA SUA MORTE

Risolto il giallo sulla morte del cavalier Nicolò Serpetro, uno dei maggiori pensatori del ‘600. Non è morto avvelenato nel Palazzo Branciforte di Palermo dove era ospite. Ma è deceduto a Ravanusa per morte naturale, dopo aver trascorso cinque anni come arciprete presso la Chiesa Madre. E’ questa la conclusione cui è pervenuto, sia pur con le dovute cautele, il professor Santi Lo Giudice, docente presso l’Università di Messina, che ha curato assieme ai professori Antonino La Mancusa e Carmelo La Mancusa la nuova edizione del volume “Il Mercato delle meraviglie della natura overo Istoria naturale del Cavalier Nicolò Serpetro”, edito anche questo volume dall’editore Pellegrini di Cosenza. Il primo volume venne pubblicato due anni fa e presentato il 28 maggio del 2010 presso l’aula magna dell’Università di Messina e il 28 agosto presso il Castello Branciforte a Racuja, città natale di Serpetro. Il nuovo volume sarà presentato l’8 dicembre a Racuja.

Messina, 14 novembre 2011

postheadericon Non di veleno ma, a maggior gloria di Dio, di morte naturale

Postille a margine sulla nuova versione della morte del Cavalier Nicolò Serpetro

A quasi due anni di distanza della ristampa anastatica (2009) del volume Il mercato delle meraviglie della natura overo Istoria naturale del Cavalier Nicolò Serpetro, che ha avuto pubblico battesimo il 28 maggio 2010 nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Messina, alla presenza del Magnifico Rettore Francesco Tomasello e il 28 agosto presso il Castello Branciforte, alla presenza del Sindaco di Raccuja prof. Cono Salpietro Damiano, si registra un’ulteriore ristampa (2011) del volume del Serpetro, curato da Antonino La Mancusa e Carmelo La Mancusa e introdotto da Santi Lo Giudice. Questa seconda ristampa presenta due novità rilevanti. La prima, che appartiene ai curatori, è finalizzata a rendere il testo serpetriano più intellegibile al lettore poco avvezzo alla scrittura del Seicento. La seconda, con tutte le riserve del caso, mette fine alla querelle sull’autenticità della morte del Serpetro. Autenticità, a seguire il Lo Giudice interprete delle ricerche di Salvatore Aronica e dei riveli (1663-1668) della Chiesa Madre “San Giacomo” della città di Ravanusa, che consegna la vita del Serpetro non a una molto verosimile morte per avvelenamento (“non sine veneni suspicione” come annota il Mongitore) ma, seppur condannato per ben due volte dalla Santissima Inquisizione, a morte naturale, dopo aver trascorso un lustro nella qualità di Arciprete presso la Chiesa Madre di Ravanusa. Pubblichiamo qui di seguito la nota di Lo Giudice sulla nuova versione della morte del Serpetro, accompagnata dal ringraziamento riservato alla Edizioni Pellegrini di Cosenza per l’assenso alla stampa.

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