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Archivi per la categoria ‘Politica’

postheadericon Tokio chiama l’Europa, ecco i segreti dello sviluppo

La più prestigiosa società di managing consulting giapponese, la Jmac Tokio, assegna alla società italiana Jmac Europe la responsabilità della gestione e dello sviluppo delle attività europee a partire dal mese di aprile 2012.

Franco Capelvenere

Michele Bianchi, CEO Jmac Europe

La decisione della società giapponese è scaturita, nei mesi scorsi, dalla consapevolezza che i buoni risultati conseguiti da una struttura professionale, guidata da un management team esperto, costituiscono il presupposto per realizzare un grosso piano di sviluppo. Il piano in questione prevede, naturalmente, metodologie sviluppate dalla Jmac che sono all’origine del “pensiero snello” (lean thinking).

Jmac Europe è una società italiana, con sede a Milano, che opera da venti anni a fianco di aziende dei settori delle manifatture e dei servizi nazionali ed europei. Il successo di Jmac Europe deriva da un’azzeccata fusione tra le qualità creative, tutte italiane, e la capacità giapponese di analisi rigorose che si basano su metodi strutturati. Jmac Europe è potuta così diventare un soggetto unico in grado di far emergere le proprie doti di concretezza delle soluzioni adottate e con un contributo innovativo assolutamente di primo piano.

Oggi Jmac Europe è formata da un team di circa cinquanta consulenti che, attraverso un aggiornamento continuo, garantiscono ai clienti il raggiungimento degli obiettivi prefissati con risultati concreti e di lunga durata. Tutto ciò ha reso possibile l’affidamento a Jmac Europe di un compito assai delicato in questo momento di crisi globalizzata: lo sviluppo e la crescita dei paesi membri dell’UE.

In questo momento la società di management italiana è impegnata in progetti in Spagna, Portogallo, Francia, Ungheria, Grecia, Belgio, Olanda, in Scandinavia e Germania.

Come sottolinea Michele Bianchi, CEO di Jmac Europe, la sua società prevede “una crescita importante sia in Italia che all’estero attraverso una attività che punta a un progresso sostenibile delle imprese e della società. La crescita riguarderà sia la nostra presenza geografica in Europa, a partire dalla Spagna, dove abbiamo già cominciato ad operare, sia la linea di offerta che la tipologia delle imprese per le quali aspiriamo ad essere il partner ideale e di riferimento. Noi vogliamo affiancare il management e il personale delle nostre società partner al fine di rafforzarne l’operatività nel campo delle strategie da adottare”.

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postheadericon “Pietà e gloria per le donne di Bin Laden”

di Giulia Santomauro

Osama Bin Laden

La notte del 2 maggio 2011 la terra trema. Washington, l’America intera e suoi alleati possono finalmente festeggiare la riuscita dell’ ”operazione Geronimo”: Bin Laden, il leader di Al Qaeda, è stato ucciso nel suo rifugio ad Abbottebad, Pakistan. Se non fosse che l’entusiasmo generale viene subito smorzato da un’immagine palesemente fasulla del suo volto ferito, diffusa in rete dalla pachistana Geo TV, la quale sembra di colpo trasformare agli occhi del mondo la notizia del secolo in un passaparola paesano privo di fondamento. Ma i dettagli del blitz vengono presto riportati più accuratamente e le prove della news rese note, foto reali del cadavere a parte.

Dal resoconto del portavoce della Casa Bianca Jay Carney, nell’attacco allo sceicco del terrore ci sarebbero stati anche due volti femminili a fare non proprio da comparsa. La prima, probabilmente una delle cinque mogli, al primo piano della villa murata posta come scudo umano, ancora non è chiaro se volontariamente o meno, tra il tiratore e il ricercato numero uno, e uccisa insieme a uno dei figli di Osama e due “corrieri”. La seconda, trovata nella camera da letto del terzo piano e rimasta accanto a Bin Laden fino alla sua fine, cercando di difenderlo dai soldati statunitensi anche a costo di restare ferita. Quest’ultima viene successivamente identificata dalle autorità americane grazie a un passaporto trovato in casa: si chiama Amal Ahmed Abdul Fattah, ha 29 anni, è yemenita (ergo famiglia tradizionalista e conservatrice, ma il fondamentalismo?) ed è la più giovane delle quattro vedove sopravvissute, testimone di una vita trascorsa insieme al mostro dell’Islam. Eppure, ci vengono raccontati sconcertanti gesti d’amore degni dei migliori film di Hollywood, dei più romantici dei romanzi : ” Sono stata ferita perché ero abbracciata al suo corpo e non volevo lasciarlo. Ho maledetto i soldati, mi sono aggrappata al suo corpo mentre lo portavano via e mi hanno sparato a una gamba” confessa Amal all’ISI, i servizi segreti pachistani. E ancora: “ Osama non era un terrorista, ma un ‘mujahid’, un sacro combattente che lavorava per la supremazia dell’Islam. Aveva il cuore di un giovane, penso che avesse il diritto di sposare le donne che voleva e non ho mai sentito come un peso la differenza di età. Avrei voluto sacrificare la mia vita per salvare la sua e per il bene della nazione islamica” (“La Repubblica”, 8 maggio 2011).

Si dice che “dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”, ma nel caso in cui l’uomo in questione sia l’ideatore della tragedia delle Twin Towers dell’11 settembre e la mente della più grande macchina terrorista mai conosciuta, la donna, o meglio, le sue donne, chi diventano? Noi, increduli spettatori d’occidente, con la nostra mentalità quasi sempre all’avanguardia in merito a parità dei sessi, come dovremmo porre la nostra coscienza critica di fronte a simili accaduti? Come possiamo comprendere, aldilà di differenze religiose che permettono la poligamia e altre dinamiche di coppia fortunatamente a noi estranee (ripeto, quasi sempre), la fedeltà e l’amore estremo verso la macchia nera del nostra recentissima storia?

Proteste in Yemen

Certo, è anche vero che per i talebani una donna vale meno di una bestia, e che forse, almeno per la moglie uccisa nel raid, sacrificare la vita per “il bene dell’Islam”, il marito Bin Laden o checché sia, non è stata esattamente una scelta libera. E poi alla fine, chissà se anche il gesto di Amal al-Sadah sia stato frutto di un sentimento autentico maturato nel corso di uno dei tanti matrimoni islamici combinati (ma non con Uno dei tanti) o se invece siano stati proprio la paura di non agire per niente, le possibili ritorsioni successive o gli effetti di un lavaggio del cervello politico-religioso durato 10 anni di convivenza a smuoverla davvero.

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postheadericon È sempre tempo di Crocifissione

Dal Cristo ai  tanti “Cristi” in croce del mondo d’oggi

di Santi Lo Giudice

Crocefissione (Raffaello Sanzio)

Giovanissimo, a mio nonno che imprecava Cristo per aver dato dignità umana  a tutti, rispondevo, in cuor mio,  imprecando Iddio per aver destinato Gesù,  un giusto,  alla morte per “crocifissione”  – orrenda pratica di spegnimento di vita  che il potere imperiale romano riservava ai nemici di Stato e ai criminali di bassa lega. Morte voluta, tramata, deliberata al fine di soffocare la prima voce che si è spesa ad abbattere gli steccati sociali e che, indipendentemente dalle diversità, attribuiva a tutti gli uomini valenza ontologica. Certo, voce che ha spaccato però il tempo e la cultura: prima di Cristo la vita sociale era all’insegna della legge del potere economico-politico-religioso, dopo di Cristo all’insegna dell’amore e del rispetto; prima all’insegna della sopraffazione e della prepotenza, dopo all’insegna della fratellanza e dall’accettazione dell’altro ritenuto portatore, al pari degli altri, della medesima dignità. Purtroppo tale spaccatura non ha avuto un riscontro oggettivo sul piano della pratica sociale. La conduzione di vita, in questi duemila anni, non è mutata. La musica, per usare una metafora popolare, è rimasta la stessa, mentre sono cambiati strumenti e suonatori: sono cambiati gli ammaliatori e le tecniche di seduzione per esercitare e consolidare in meglio il potere di chi deve decidere le modalità di vita e di morte dei senza dignità, dei senza potere, dei senza energie, dei diseredati delle periferie del mondo.

Per tanto tempo la versione della morte di Cristo, per volontà del Padre suo, ha avuto una certa credibilità  in alcuni momenti e in alcune voci del Cristianesimo cattolico.  Oggi si ritorna a quei momenti e a quelle voci, a seguire l’ultima fatica di papa Ratzinger. Il pontefice sembra riproporre argomentazioni  finalizzate  ad assolvere gli Ebrei  dall’accusa di <<deicidio>>.  Accusa, che sin dagli albori del cristianesimo, ha generato  incomprensioni ma a volte aspri conflitti tra i due monoteismi.

Heinrich Heine,  nato ebreo e poi, per poter aspirare a un tozzo di pane da qualche università teutonica,  convertito al protestantesimo luterano e poi, per poter sposare la donna amata,  cristiano cattolico; Heine, dicevamo, non esitava a biasimare i componenti del Sinedrio per aver armato la mano romana per disfarsi di Gesù, reo di tradimento della Legge di Dio-Padre.  Aver professato quella dell’amore e del perdono,  aver aperto il Paradiso, dopo aver spazzato i mercanti dal Tempio, a questo mondo prima che all’altro mondo, tramite la carità, esplicitata nell’imperativo etico <<fai agli altri quel che vorresti ti sia fatto>>, non era cosa assolutamente riconducibile all’etica <<dell’occhio per occhio, del dente per dente>>, come non lo era la dissacrazione del <<sabato>>, giorno che Cristo aveva ritenuto  un momento dell’uomo e non più l’uomo  un momento di tale giorno, come aveva ritenuto la dislocazione del luogo della preghiera dal sabato e dal tempio al senza tempo e al senza luogo dell’anima in intima comunione con Dio. Eppure Heine,  forse non privo di quell’ironia che spesso accompagna la sua scrittura,  non esita ad affermare che <<il destino finale del cristianesimo dipende dal bisogno che ancora possiamo averne>>, e giustifica questo stato di bisogno con la seguente argomentazione: << (il cristianesimo) fu un bene per l’umanità sofferente, fu una religione provvidenziale, divina, sacra. Tutto l’utile che essa ha recato alla civiltà, ammansendo i forti e dando forza ai mansueti, riunendo i popoli in virtù dello stesso sentimento e della stessa lingua (…) è sempre poco di fronte alla grande consolazione  che esso ha rappresentato per l’umanità. Eterna gloria spetta al simbolo di quel Dio sofferente, del Salvatore con la corona di spine, del Cristo crocifisso, il cui sangue fu -per così dire- il balsamo ristoratore versato sulle ferite dell’umanità>>.

Qui Heine accetta a fondamento del cristianesimo il fatto che Cristo doveva morire per testimoniare il sacrificio voluto dal Padre suo per affrancare l’uomo dal peccato originale. Pertanto che sia stato il Sinedrio o Pilato o le mani dei soldati dell’impero romano è di irrilevante importanza. La morte di Cristo era stata programmata in modo tragico, e se non fosse avvenuta non ci sarebbe stata la Risurrezione. Le profondità psico-sociali, dunque religiose, di Heine non inficiano la verità storica. Di questa verità Heine non si interessa, e pertanto trascura le ragioni. Queste, invece, non vengono sottovalutate da Ratzinger, che delle ragioni storiche riguardanti il processo e la condanna di Cristo deve ammettere, nel recente suo secondo volume su Gesù (Gesù di Nazaret, Libreria Editrice Vaticana, 2011), che i Vangeli non offrono uniformità di versione. Come quando prende atto che nel Vangelo di Matteo si legge che <<tutto il popolo>> (Mt. 27, 25) chiede a gran voce la condanna di Cristo <<sicuramente non esprime un fatto storico>>, come del resto l’esegesi al riguardo aveva ritenuto da tempo. L’antistante la loggia di Pilato poteva contenere non più di qualche decina di persone. Farne una generalizzata volontà popolare, come si desume dal vangelo di  Matteo, non altro attesta che la compiacenza dell’apostolo, a trentasette anni dall’evento, nei confronti dei romani dominatori. E Ratzinger, nel chiedersi: <<come avrebbe potuto essere presente in tale momento tutto il popolo e chiedere la morte di Gesù?>>, evidenzia con mirata determinazione quanto falsa fosse al riguardo l’identità tra narrazione evangelica e veridicità dei fatti.

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postheadericon Non sempre è la fisiologia del tempo a dettare virtù e vizi

Succinte considerazioni etico-religiose alle luce dell’epoca che ci appartiene


«Bisogna ripensare il celibato dei preti»

(Carlo Maria Martini)

di Santi Lo Giudice

Heinrich Heine

«Parlerò di quella religione i cui primi dogmi suonano condanna della carne, e che non soltanto attribuisce allo spirito il predominio su di essa, ma pretende addirittura di ucciderla per glorificare lo spirito stesso; parlerò di quella religione la cui missione innaturale ha introdotto nel mondo il peccato e l’ipocrisia, in quanto anche le più innocenti gioie dei sensi, con la condanna della carne, sono stravolte in peccato, sicché l’impossibilità di essere puro spirito dovette necessariamente generare l’ipocrisia; parlerò di quella religione che postulando il rifiuto di tutti i beni mondani , e l’imposizione di una umiltà canina e di pazienza angelica, è diventata il sostegno più sicuro del dispotismo».

Scrittura che appartiene a Heinrich Heine, intellettuale dell’Ottocento che cavalcò poesia e filosofia al pari di Goethe; mente aperta al messaggio del Cristo cosmico, tanté che non esitò da ebreo a farsi luterano e poi, per poter convolare a nozze, ad abbracciare il credo cattolico.Heine ben comprese la valenza innovativa del messaggio di Cristo. Proprio per questo, all’inizio de La scuola romantica (1833), scrisse che le conseguenze dell’assoluto spiritualismo inesorabilmente daranno ragione a quanti riterranno «la concezione cattolica del mondo come giunta al suo esaurimento». Ma subito dopo, con impareggiabile destrezza non priva di causticità, sottopone le prospettive storiche a richiami di radice psicologica. Che il cristianesimo nella versione cattolica abbia smarrito la strada della materializzazione a tutto vantaggio della spiritualizzazione si deve a una scelta di campo igienicamente salutare. «Nel mondo romano di allora», egli considera, «la carne aveva un dominio così incontrastato, che la disciplina cristiana si presentò come l’estremo rimedio contro di essa. Dopo il banchetto di Trimalcione ci voleva la dieta di fame imposta dal cristianesimo». E c’è un ben oltre che sa dei transiti sadiani. L’oblio dell’incarnazione e la conseguente separazione dello spirito dal corpo non esclude, da parte della romanità defraudata e triste, lezioni di vitalismo. In bella raffigurazione, Heine considera oltre: «O forse, al pari dei vecchi libertini, che con la sferza eccitano la carne stremata dagli anni a una rinnovata capacità di godimento, la vecchia Roma volle piegarsi a monastiche flagellazioni per trovare piaceri raffinati nel tormento, e voluttà nel dolore».

Certo il tentativo di colpire le crepe dettate dalla volontà di dimenticare l’alta valenza dell’Incarnazione da parte della chiesa Cattolica non si ferma ai vertici del Cupolone, ma, a seguire Heine, ha forti motivazioni teologiche rintracciabili nell’Ebraismo: «In effetti Roma, Ercole delle nazioni, fu contaminata dal veleno giudaico così efficacemente, che l’elmo e la corazza caddero da soli dalle sue membra intorpidite, e la sua imperiale voce di guerra si affievolì in piagnucolio pretesco e in gorgheggi da evirato».  E non c’è da meravigliarsi se le radici della civiltà europea si rintracciano nel «piagnucolio pretesco» e nei «gorgheggi da evirato».

Heine al tempo del presente argomentare non ha in simpatia né il cristianesimo di matrice cattolica né quello di matrice protestante e neppure l’Ebraismo. Le ragioni di questa avversione sono autobiografiche, ma nessuno esclude, compreso chi scrive, che la biografia di un uomo cammini di pari passo con le sue ideazioni. E Heine giudica in malafede quanti, dopo l’Incarnazione, aprono alla dicotomia corpo/spirito, regno di Dio/regno dell’Uomo: aprono a ciò che separa e non a ciò che unisce, alla sessualità, all’osmosi, alla comunione della carne. Tema di riferimento del nostro quotidiano, in seguito alle diatribe sul celibato dei preti dopo le tante denunce di pedofilia consumata dentro le mura della chiesa Cattolica .

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postheadericon Il sorriso eterno di Karol sul mondo

Papa Giovanni Paolo II

Martedì 18 maggio 2010 Papa Karol Wojtyla se vivo avrebbe compiuto novant’anni. Raidue, per l’occasione, ha trasmesso un collage d’immagini e di emozioni veramente notevole. Lo ammetto sinceramente che ogni qual volta rivedo l’immagine del Papa mi commuovo come un bambino. E’ l’unica devozione che ho avuto per un pontefice, io che credente non sono.

Mi rimangono scolpite nella mente il suo sorriso aperto di nonno buono, l’affetto che nutriva per i bambini, la durezza che era capace di usare con le parole nei confronti di chi era fuori dalla legge. Penso al famoso discorso nella Valle dei Templi contro la mafia.

Lui che di solito ad ogni parola veniva interrotto da applausi in quel giorno ventoso di Agrigento parole come “pentitevi”, “ consegnatevi al signore”, “verrà il giorno del giudizio universale”,”pagherete tutto” furono accolte col silenzio. Sicuramente la paura di essere visti dai picciotti nascosti in mezzo alla folla fu più grande della fede stessa.

Ricordo nel 1978 quando Giovanni Paolo II usò la stessa veemenza nella sua prima visita a Cracovia da Papa parlando alla sua gente. Lui sapeva che in mezzo alla folla c’erano spie comuniste dappertutto che lo avevano avversato, prima da giovane prete poi da arcivescovo di Cracovia e infine da pontefice, tanto che gli fu sempre vietato un viaggio pastorale a Mosca.

Ebbene quel giorno del 1978 a Cracovia Karol iniziò il suo discorso rivolgendosi proprio a quelle spie che si nascondevano nella folla con queste tre frasi: “Questa è la mia terra”, ” questa è la mia madre”, ”questa è la mia patria” come a dire che nonostante il pontificato, le radici con la sua Polonia, con le sue montagne non le avrebbe mai e poi mai rinnegate o recise.

Amava la Polonia questo Papa come tutti i polacchi amano la propria terra anche in virtù della dolorosa esistenza vissuta sempre a combattere ora sotto i tedeschi ora sotto i russi.

Non è mai stata una terra libera la Polonia e le fosse di Katyn dove furono trucidati con un colpo alla nuca, in un pomeriggio grigio e freddo, dai boia di Mosca ottomila ufficiali polacchi, sono stati fino adesso un capitolo inaccessibile ai più. Katyn, un capitolo di storia che solo il coraggio e l’onestà intellettuale di un regista come Andrzej Wajda ha saputo raccontare in un mirabile film boicottato da tutti i paesi del mondo ma che avrebbe meritato di vincere l’Oscar.

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