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Archivi per la categoria ‘Mostre’

postheadericon Audrey, colazione all’amatriciana

Roma dedica alla famosa attrice una mostra sul filo della memoria e della nostalgia

Per chi ha amato, da giovane, la leggiadra Audrey protagonista nel ruolo di Holly del film Colazione da Tiffany tratto dal famoso romanzo omonimo dello scrittore newyorkese Truman Capote, vedere da vicino i gioielli, gli abiti, le scarpe ed i piccoli e preziosi effetti personali dell’attrice è proprio un tuffo al cuore. Roma ha dedicato in queste settimane all’attrice (presso il monumento Ara Pacis fino ai primi di dicembre), nata in Belgio e che molti consideravano erroneamente americana, una mostra di oggetti, dvd e fotografie del suo soggiorno a Roma, un soggiorno durato ben vent’anni assieme a due mariti e due figli, il primo Mel Ferrer padre del figlio Sean ed il secondo Andrea Dotti, psichiatra romano, padre di Luca che oggi è fra gli ispiratori ed organizzatori della mostra.

Non siamo quindi di fronte ad un omaggio alla carriera di Audrey Hepburn, bensì alla sua permanenza a Roma, “romana” tra i romani, negli anni sessanta e settanta fino alla metà degli anni ottanta quando terminata la sua parentesi cinematografica l’attrice si dedicò come ambasciatrice dell’Unicef ai bambini malati dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina.

Rivederla nelle foto dei paparazzi immersa nella dolce vita romana, quando negli anni ‘50 e ‘60 la Capitale era la Hollywood sul Tevere e via Veneto si era trasformata nella passerella delle maggiori star del grande schermo, sortisce un effetto di grande stupore. Quelle foto e quegli abiti esposti emanano una magia tutta particolare nella quale ogni individuo non può non rivedere lei con i suoi occhi da cerbiatto, il suo stile, la sua grazia la sua eleganza tanto impareggiabili da non sembrare veri. Eppure aldilà dei momenti rituali di presenza, quasi obbligata, come ospite nelle feste e negli happening romani, la Hepburn è ritratta nella vita privata di tutti i giorni quando accompagna il figlio alla Rinascente di piazza Fiume, quando acquista le tagliatelle che poi cucinava al sugo di pomodoro per se, per la famiglia e gli amici, un piatto di cui era ghiottissima. Vederla seduta assieme al marito Andrea Dotti sulle tribunette dello stadio dei marmi, all’orto botanico appassionatissima di fiori o vederla da sola mentre passeggia per via Condotti o via Bissolati con un fazzoletto sul capo e gli occhiali fuori misura per passare inosservata, ci fa capire oggi quanto personaggio fosse anche nella quotidianità. Nonostante agghindata come una massaia qualsiasi, lo stile l’eleganza e la grazia la tradivano e dietro di lei si materializzavano subito i fotoreporter a caccia non solo delle dive di passaggio ma anche di quelle che qui vivevano, come appunto Audrey. Ed è così strano vederla ritratta una domenica a mezzogiorno in una stradina dalle parti di Campo de’ Fiori mentre il marito suona alla madre per farsi aprire il portoncino e salire in quell’appartamento dov’erano attesi per il pranzo domenicale. Una via minuscola, come tante ce ne sono nel centro storico popolare di Roma così distante dalla 5° strada di New York dove si affacciano le vetrine della famosa gioielleria Tiffany. Vedere lei e sentire dentro di se le famose melodie di Henry Mancini che concorsero a rendere indimenticabile il film Colazione da Tiffany è un gioco facile se lo adattiamo alla memoria ed alla nostalgia. Musiche ancora oggi struggenti perché, diciamolo, chi di noi non si è mai innamorato del volubile Holly?

I venti anni di Audrey a Roma sono anche stati anni di successi sul set: da Vacanze romane con Gregory Peck al kolossal Guerra e Pace tratto dal romazo di Tolstoj e girato interamente a Cinecittà. A Roma girò anche Storia di una monaca, per la regia di Fred Zinnermann e che è stato forse il film che lei preferì in assoluto perché trattava di una suora dedita ad alleviare le sofferenze altrui, cosa che realizzò concretamente nella vita come ambasciatrice Unicef.

Nel quindicennio successivo, durante il matrimonio con Andrea Dotti, Audrey si ritirò completamente dalle scene per accudire i suoi due figli ed il marito prima di tornarsene nel suo buen retiro in Svizzera da dove continuò a girare per il mondo come ambasciatrice.

Nella mostra romana ci sono due aspetti di Audrey: il primo come moglie di Mel Ferrer, che aveva conosciuto perché presentatogli da Gregoryu Peck, ovvero quello di una coppia di divi nella Roma dei divi. Scatti che li immortalavano sulle scalette degli aerei che li portavano e riportavano dall’America, in un faticosissimo tour per promuovere Guerra e Pace.

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postheadericon La mostra del pittore olandese allestita al Vittoriano fino al 6 febbraio 2011

Dopo ventidue anni Van Gogh ritorna a Roma

 

 

Autoritratto

Rappresenta un grande evento nazionale per i 150 anni di Roma Capitale la mostra di Vincent Van Gogh al complesso monumentale del Vittoriano che resterà visibile al pubblico fino al sei febbraio 2011. I romani, ma diremmo a questo punto gli italiani, aspettavano il ritorno di Van Gogh da ben 22 anni essendo stata allestita nel 1988 l’ ultima mostra dell’artista olandese nella capitale. Poi più niente, fino a questo grande evento di portata straordinaria. Il filo conduttore della esposizione, 110 opere, ci presenta un Van Gogh tra “campagna senza tempo e città moderna”. Lo stesso filo conduttore che Vincent seguì in vita nella sua espressione pittorica. Si potrebbe dire in egual misura, giacché l’artista può essere giustamente considerato il più grande interprete della vita rupestre, appassionato oltre che della campagna che gli era così naturale fin dall’infanzia anche della civiltà moderna il cui primo embrione sono state appunto le città urbanizzate di fine milleottocento.

E così, nel corso della sua vita, Van Gogh dalla natìa Olanda, coi suoi verdi campi, i suoi mulini dalle larghe pale, i suoi canali azzurri che attraversano le verdi pianure d’Olanda, si trasferì nel Midi francese, dove scopre un altro tipo di campagna più ridente con le sue casette bianche dove l’elemento acqua è rappresentato dall’azzurro del mediterraneo. Le dolci colline del mezzogiorno di Francia, con i suoi ulivi, i suoi cipressi, si contrappongono così alle vedute olandesi meno poetiche e più

irrequiete. Nella cronologia dei quadri esposti si vede proprio palesemente come il percorso pittorico di Van Gogh si sia evoluto nel tempo fino ad abbandonare non del tutto però il tema della campagna per abbracciare il mito della città moderna con le sue prime ciminiere, le fabbriche, le miniere e tutto ciò che l’evoluzione tecnica esprimeva in quella seconda metà dell’ottocento. Parigi, sua città d’adozione, gli offriva continuamente materiali che solleticavano la sua fantasia che trasportava sulle tele con quella vivacità di colori di cui era maestro insuperabile.

La rappresentazione delle quattro stagioni con i colori che sono propri di queste, anche in certi momenti particolari della giornata, come i tramonti o le albe, viste oggi coinvolgono il visitatore fino al punto da fargli vivere una sua presenza fisica dentro quelle tele e quindi dentro quei luoghi da lui descritti. In poche parole i quadri di Van Gogh sembrano delle fotografie a colori straordinariamente belle, oggi potremmo dire ad alta definizione, che conducono per mano il visitatore fino a stordirlo in questo viaggio a ritroso nel tempo. Il tempo in cui egli ha vissuto.

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postheadericon Una mostra fotografica a Roma ripercorre il cammino doloroso di Madre Teresa di Calcutta

Madre Teresa di Calcutta

di Luana Silighini

“Guardi i sandali di cuoio! Sono scucitissimi, hanno la suole imbarcate! E, poi, che artrosi che aveva, una deformazione ai piedi spaventosa! Eppure, ha girato per tutte le vie e le viuzze del mondo…”.

A mezza teca da me, un medico sulla quarantacinquina, con i capelli a caschetto ebano e un rossettone rosso brillante, ha rotto il silenzio della mostra su Madre Teresa. Lei c’era, al Gemelli, quando hanno conferito alla missionaria di Calcutta la laurea honoris causa in Medicina e Chirurgia.

“Che emozione quel giorno, era proprio accanto a me”, ha raccontato quel medico sorridendo pienamente.

“E chi avrebbe immaginato che sarebbe diventata una santa? Ricordo che quando si muoveva, non dava l’impressione che camminasse poggiando i piedi per terra, come tutti noi, sembrava invece che lo facesse a pochi centimetri da terra. E allora ho capito l’essenza del miracolo di Gesù che camminava sulle acque. E, guardi… ha visto il vestito?”

Troppo presa dai suoi comprensibilissimi entusiasmi, la dottoressa, non si è accorta che ero rimasta ipnotizzata, e già al secondo giro per soffermarmi di nuovo sui dettagli, davanti al sari indossato, per tutta la vita, dall’angelo dei poveri.

Una stola di cotone impalbabile, lungo cinque metri, che Madre Teresa aveva scelto, tra i meno apprezzati, sul banco di un mercato.

Era il vestito che le donne indiane indossavano quando dovevano ripulire le strade della città indiana, sporche di fango incrostato.

Aveva preso il meno costoso, di colore bianco, “come la purezza”, bordato con una linea continua blu che, per la giovane suora, era “la presenza-guida, permanente e indispensabile, della Madonna, nella sua vita spirituale”.

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