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Archivi per la categoria ‘Saggistica’

postheadericon Montanelli, le lettere di una vita. Un libro raccoglie le corrispondenze con i più grandi giornalisti e scrittori italiani

di Franco Capelvenere

 

Indro Montanelli è stato il più grande giornalista italiano del ‘900. Certo, ce ne sono stati altri di bravi, penso a Buzzati, a Biagi, a Longanesi, a Guareschi, ma il più grande di tutti è stato lui, Cilindro da Fucecchio. Montanelli è morto a 92 anni a Milano, la città che ha fatto grande e che gli ha dato una fama che ha travalicato tutti i continenti. Il motivo per cui il fiorentino Montanelli divenne anche milanese, lo si deve al fatto che nel 1974, abbandonato con rabbia il Corriere della Sera, la sua vecchia casa che lo vide crescere, maturare e diventare famoso, fondò con un manipolo di bravissimi giornalisti, molti dei quali provenienti dal Corriere, la cosiddetta ‘argenteria di via Solferino’,  un quotidiano per la borghesia. Quel Giornale Nuovo destinato a diventare, senza di lui, quello che è oggi, un foglio di partito alla mercé del suo padrone Silvio Berlusconi. Quello di oggi non è certamente il giornale di ieri, quello montanelli ano. Questo di Feltri brandisce la clava, quello teneva a distanza gli avversari con la punta di un fioretto. Questione di stile, non c’è dubbio. E lo stile di Montanelli non è che si possa inventare per strada, non basta scimmiottarlo con la parlata di piazza de’ Ciompi con l’acca aspirata e il tono nasale. Lo stile montanelli ano prima di tutto è inarrivabile e poi può essere un buon viatico per una carriera di un ottimo  giornalista a condizione che se ne osservino con rigore i punti fondamentali. Una delle caratteristiche di Montanelli è quella che quando si legge un suo scritto sembra di sentirlo parlare con la sua voce fiorentina irriverente e pungente allo stesso tempo. E’ il dono dei grandi giornalisti che diventano scrittori per fatto naturale. Nel caso di Montanelli non si sa se la letteratura o meglio il buon scrivere sia stato prestato al giornalismo oppure viceversa se il giornalismo l’abbia prestato alla letteratura. E’ indubbio che il suo giornalismo sia diventato letteratura con la L maiuscola. Anche  nell’ultimo libro ‘Indro Montanelli, Nella mia lunga e tormentata esistenza. Lettere da una vita’ (Rizzoli editore pagg. 405 euro 19,50), a cura di Paolo Di Paolo, un giovane studioso romano di trent’anni, appassionato montanelli ano, si confermano le doti dello scrittore giornalista nelle lettere che un tempo erano l’unico strumento di comunicazione tra amorosi, amanti, amici, avversari. Allora non c’erano le e-mail ne sms ne fb  per cui l’unico sistema per sfogarsi, denunciare, complimentarsi, rimproverare erano le lettere vergate a mano e poi da Indro stesso scritte con la sua mitica Olivetti Lettera 22. Sono lettere inviate a tutti i personaggi che hanno avuto un ruolo nel ventesimo secolo: Giuseppe Prezzolini che di ritorno dagli Stati Uniti, dove si rifugiò per protesta contro il regime fascista, transitò brevissimamente dall’Italia per Lugano da dove collaborava con il quotidiano Il Resto del Carlino.

Maggio 1977 nella tipografia Same di Milano dove si impaginava e stampava il Giornale Nuovo di Indro Montanelli . Sono con il condirettore Gian Galeazzo Bizzi Vergani e Indro Montanelli

Montanelli scriveva spesso a Prezzolini per supplicarlo di vergare qualche noterella per il suo giornale, ma Prezzolini teneva duro  manteneva la sua collaborazione con il quotidiano bolognese. Altri destinatari delle sue lettere sono stati Giovannino Guareschi, lo stesso Dino Buzzati, Leo Longanesi, con il quale più di una volta ebbero rapporti tempestosi fatti di mugugni e silenzi, ma i due si stimavano a vicenda e si volevano un gran bene. Giovanni Spadolini che prima di diventar statista fu suo direttore al Corriere della Sera. Montanelli non lo prendeva sul serio, anzi da vecchio fiorentino, lo irrideva in qualche modo. E poi anche Enzo Bettiza, uno di quei pezzi da novanta che lo seguì dal Corriere della Sera all’avventura del Giornale. Edmundo Stevens, un giornalista americano vincitore del Premio Pulitzer. C’è una curiosa corrispondenza nella quale Montanelli descrive gli Stati Uniti marcati Italia, nella fattispecie la città di Brooklyn e Stevens gli rispondeva con puntuali annotazioni sull’Italia del dopoguerra. L’amicizia con Stevens sfociò poi con una vera e propria collaborazione perché il giornalista americano si trasferì a Mosca e da li inviò memorabile corrispondenze al Giornale. Nella lettera che Montanelli scrive a Enzo Bettiza, quando aveva capito dopo più due anni di collaborazione, che egli scalpitava per prenderne la direzione Indro amareggiato dal suo voltafaccia gli dice che pur di averlo al fianco sarebbe disposto a lasciargli il posto. Più che una provocazione, il fiorentino voleva dargli una lezione di umiltà e soprattutto provocare in lui qualche reazione. Reazione che non c’è stata perché Bettiza prese cappello e se ne andò a collaborare alla Stampa di Torino. Notevoli sono anche le lettere ai suoi genitori e al suo insegnante di italiano al liceo, a vari colleghi e soprattutto, sul finire della sua vita, quando era già tornato al Corriere della Sera dopo la chiusura della Voce fondata nel 2004, rispose all’ultimo lettore venti giorni prima di morire sulla questione di Ignazio Silone attaccato da tutti ignomignosamente come traditore e difeso stranamente sia dall’Unità sia dal  Secolo d’Italia con i quali Indro non mancò di congratularsi (n.d.r. oggi sarebbero cose impensate e pazzesche). Accommiatandosi dal lettore essendo già estate avanzata gli disse Ci rivediamo a settembre, ma non fece in tempo perché venti giorni dopo a Milano il più grande giornalista moriva e a settembre le sue povere ossa, perché di carne non ce n’era punto attaccata, erano state già cremate e tumulate nella sua Fucecchio. Il merito di Paolo Di Paolo è quello di avere minuziosamente raccolto queste lettere che senza dover ricorrere a una metafora rappresentano effettivamente una grande e lunga esistenza.

postheadericon UN CONSUNTIVO GRIGIO CUPO: E PER IL 2013?

di Cosimo Inferrera **

Il quadro nosografico del Ponte sembra peggiorare a vista d’occhio nel corso di quest’anno, quando il “governo tecnicoassesta due colpi, che potrebbero diventare micidiali, contro il progetto elaborato dal gotha tecnico di aziende, imprese ed esperti di livello mondiale, che con la campata unica sospesa di 3300 m lanciano la sfida dell’ingegneria alla forza di gravità.

 

Il 2 Agosto 2012 il Ministero per la Coesione Territoriale, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, la Regione Basilicata, la Regione Campania, la Regione Puglia, la Ferrovie dello Stato, la Rete Ferroviaria Italiana sottoscrivono il Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) per la realizzazione della direttrice ferroviaria Napoli – Bari – Lecce – Taranto.

 

L’iniziativa nasce dall’art. 6 del D. Lgs. 88/2011, che disciplina le risorse aggiuntive e gli interventi speciali per la rimozione di squilibri economici e sociali, visti e fronteggiati in tal modo in Campania – Puglia, mentre sembrano ritenuti infondati e non meritevoli di cura quelli interessanti la Calabria e la  Sicilia che vengono coinvolte con la Palermo – Catania, la Salerno – Reggio Calabria ferroviaria, ma senza il Ponte di Messina che il nostro esecutivo tenta di fare a pezzi come giunto fondamentale del corridoio 1!

 

I lavori del CIS per la Na-Ba-Le-Ta costano complessivamente 7.116 mln di Euro per una riduzione del tempo di percorrenza da Napoli a Bari di soli 48’. La costruzione del Ponte di Messina che a carico pubblico è solo per 2.500 mln circa, corrispondenti al 40 % dell’intero importo (il resto da reperire con il project financing), comporta una riduzione del tempo di attraversamento ferroviario dello Stretto di almeno 2 ore per i passeggeri e di almeno un giorno per le merci.

 

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postheadericon GRATITUDINE/INGRATITUDINE

Note a margine di un’autentica condizione di libertà e di schiavitù

Santi Lo Giudice

   <<Non fare bene se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine>>. Questo adagio, dal vago sapore sapienziale, era esposto in bella vista nel modestissimo studiolo dell’abitazione dell’arciprete di Casalvecchio Siculo Mario D’Amico, umanista classico e profondo conoscitore del  travagliato percorso temporale della storia della Chiesa cattolica. La valenza dell’adagio mi ha turbato non tanto per il contenuto quanto per la persona che ha dato visibilità al messaggio: un cristiano e per giunta sacerdote. Il D’Amico a quel tempo aveva oltrepassato da poco il settantesimo anno e cominciava a soffrire di  rilevanti disturbi alla vista, tanto che nei suoi spostamenti faceva ricorso ad occasionali accompagnatori. Ben disposto all’accoglienza aveva iscritto il suo nome sul versante delle pratiche caritatevoli e su quello culturale. Non c’era casalvetino che non avesse fatto ricorso alla sua ecumenicità. Soprattutto ha avuto a cuore la formazione intellettuale e morale dei giovani.  Aveva dato vita a un museo in cui, assieme a reperti di vita contadina, spiccavano una variegata gamma di paramenti intarsiati in oro finissimo; inoltre aveva pubblicato vari opuscoletti in cui s’intrecciavano motivi religiosi assieme a considerazioni storico-antropologiche sulla Chiesa Madre presso cui esercitava il suo magistero pastorale e in particolare sulla chiesa dei S.S. Pietro e Paolo, costruita nell’XI secolo in stile arabo-normanno e sita appena appena sopra un versante del torrente Agro, in uno scenario che al calar delle tenebre suole a tutt’oggi destare in me sensazioni di abbandono mistico commiste a sfrenata sensualità. La discesa delle ombre sul letto del torrente conduce la mia mente all’infinto dello spazio-tempo e al finito di una vitalità cedevole ai piaceri della carne. Non a caso ho sempre immaginato gli ultimi chilometri delle sponde del torrente un pullulare di vita monacale al maschile e al femminile, frequentato da peccatori della carne in cerca di espiazioni.

Di D’Amico ero stato allievo al liceo classico di Santa Teresa di Riva un quarto di secolo prima delle nostre frequentazioni alla mensa di Domenica Principato, nonna di mia moglie e ottima cuoca. L’ora di religione, ben ricordo quanto mal tollerata fosse da parte di noi studenti. Tuttavia il D’Amico, a differenza del suo predecessore, una volta che prese atto della riottosità della classe non disdegnò, pur di stabilire l’ordine, i toni energici accompagnati a qualche scappellotto quando il caso lo richiedeva. Il tempo dei banchi di scuola era lontano. Lui forse non ci pensava più, a differenza di me che ne portavo vivo il ricordo. In quegli incontri casalvetini era mia consuetudine accompagnarlo dopo cena fino alla soglia della sua abitazione. Una sera  mi invitò a entrare  e, una volta che fummo uno di fronte all’altro, dopo avermi fatto  omaggio di un’edizione secentesca della Divina Commedia, mi disse che avrebbe voluto che mi interessassi del riordino dei suoi scritti – cosa che si concretizzò di lì a qualche anno anche con la collaborazione del saggista e dialettologo Giuseppe Cavarra. In occasione di quell’incontro il mio sguardo, nel posarsi sull’adagio di cui sopra, aprì la mia mente a un’intellezione rivelatrice. Quell’adagio, che negava il fondamento della cristianità, altro non era che la risposta alla perplessità che in me aveva sempre destato la titolazione dell’opera principale del Vate: <<Divina Commedia>>. Come poteva la commedia, per lo più  approntata ai più infamanti crimini, essere divina? Come ha potuto il Vate ritenere che le condanne delle anime alle pene dell’inferno potessero essere dettate da <<giustizia>>, <<somma sapienza>> e <<divino amore>> (<<Giustizia mosse il mio alto fattore;/fecemi la divina potestate/la somma sapienza e il primo amore>>)?  L’Alighieri con ciò non ha inteso offrire una ragione fondativa intorno alla caratterizzazione del massimo della negatività (pena) facendo ricorso al massimo della positività (amore)? Interrogativi che misero a dura prova le mie facoltà mentali, modeste e per giunta ondivaghe non essendo sorrette da ferma fede.  Che nel “laggiù” vigano le stese regole del “quaggiù” c’è l’avevano insegnato i Greci. Cristo, nel dirci che Dio è <<amore>> e che l’amore sarebbe stato la costante mano tesa dal divino all’umano, non ha rotto con la tradizione greco-giudaica?  E invece questa rottura non è stata sufficientemente apprezzata. L’Alighieri, nel fare dei luoghi ultraterreni di pena (Inferno e Purgatorio) il risultato di un atto d’amore divino,  ha voluto negare significato non solo al Cristo figlio di Dio ma anche del Cristo figlio dell’uomo versato all’uguaglianza dei diritti e alla libertà dalle restrizioni imposte dagli altri uomini di potere. E allora: se l’Inferno e il Purgatorio fanno da specchio cupo al Paradiso splendente delle beatitudini; se le anime dei peccatori soffrono atrocemente seguendo le leggi del contrappasso e mostrano vitalità pari o maggiore di quelle che godono dall’alto dei cieli la beatitudine d’essere soffuse di luce divina; ma, principalmente, se l’Inferno e il Purgatorio sono al pari del Paradiso frutto dell’amore di Dio, allora perché anche l’<<ingratitudine>> non può avere dignità d’esistenza dentro quell’amore divino di cui a nessuno degli umani è dato conoscere il luogo e il tempo d’insorgenza?  Amore, così pare a me, biasimevole, ma non allo sguardo divino portatore di mistero che a noi non è concesso penetrare. E in questo sguardo trova la sua ragion d’essere l’adagio del D’Amico che invita a non fare bene se il Padreterno non ci ha sufficientemente attrezzati a sopportare il male che da quel bene se ne può ricavare. Sguardo ben soppesato da Friedrich Nietzsche allorquando in Umano, troppo umano considera: <<Chi regala qualcosa di grande non trova riconoscenza perché chi lo riceve ha troppo peso nell’accettarlo>>. Il cui senso di tale sguardo non è di segno opposto della scrittura del D’Amico. A mio modo d’intendere è un invito raffinato a soppesare il bene che si fa: il beneficiato può non sopportare il peso che gli giunge da quanto ricevuto e, di qui, si giustifica l’ingratitudine che acquista i colori del tradimento, del ricatto, dell’odio che si spinge fino ad  auspicare la morte del benefattore.

Melania Klein, che ha ben assimilato la nozione nicciana fondata sulla genealogia dei sentimenti morali, attraverso il sentimento infantile dell’amore-gratitudine commisto a invidia-ingratitudine, ha offerto dinamiche concettuali che la dicono tutta sui sentimenti capitali che accompagnano la vita del bambino e dell’adulto non cresciuto. Ad apertura di Invidia e gratitudine (1957) la Klein scrive: <<Da molti anni il mio interesse è rivolto alle primissime origini di due sentimenti assai comuni: l’invidia e la gratitudine. Sono giunta alla conclusione che l’invidia sia uno dei fattori che maggiormente mina l’amore e la gratitudine alle loro radici, perché essa colpisce il rapporto più precoce, quello con la madre>>. Che è come dire: l’invidia è una forza primordiale, <<costituzionale>>, <<strettamente connessa con la bramosia orale>> ed ha primo punto di riferimento <<il seno che nutre>>. Dunque, a differenza del complesso edipico, investe la primissima vita emotiva del bambino/a e ne impedisce, in chi più e in chi meno, la crescita fattiva dell’Io, causando uno stato di appannamento delle facoltà mentali che impedisce la capacità di coscienzializzare la differenza che passa tra amore e odio, <<di provare gratitudine e  di essere felici>>. L’invidia è un’emozione, a seguire la Klein, che si potenzia nella nostalgia della completezza, di cui si comincia a fare esperienza nello stato prenatale e nella persistente <<angoscia persecutoria messa in moto dalla nascita>>. Esperienze ambedue sgradevoli che <<anticipano il doppio rapporto con la madre: il seno buono e il seno cattivo>>. Buono quando viene concesso, cattivo quando viene negato.

Appura la Klein che neppure un allattamento ben goduto spegne del tutto la frustrazione che si genera della perdita dell’unità prenatale. <<La stessa facilità con la quale il latte fluisce – anche se il bambino se ne sente gratificato – è fonte di invidia  in quanto al bambino questo dono sembra qualcosa di irraggiungibile>>. Non è la frustrazione a innescare l’invidia, come sostenuto da Karl Abram, ma è piuttosto il senso di inadeguatezza, che permea il neonato al cospetto del seno che contiene  in sé tutte le cose buone, a generare l’angoscia, lo smarrimento che nutre il desiderio di possedere un seno che non si depaupera, che è sempre presente e che attesta della prova costante dell’amore materno. Dunque un seno <<invidiato>> perché possiede tutto ciò che è bene, ma anche un seno <<avaro e meschino>> perché è la cifra esclusiva della natura della madre.  Quello dell’invidia è un sentimento che influisce sulla vita adulta del neonato alimentando un rancore sempre insoddisfatto nei confronti della madre, o di chi ha di più, come potere, successo, bellezza, cose che il bambino/a avidamente desidera. Desidera così tanto, rivivendo all’infinito quell’invidia primaria del seno materno che rimane insaziata e insanabile,  da volere il male dell’altro, a suo modo d’intendere <<meschino e avaro>> principalmente quando dona, quando si presenta come <<benefattore>>. Proprio quando versa in questa condizione vive l’umiliazione estrema di dover fare i conti con la differenza che esiste tra la sua pochezza e la ricchezza inarrivabile dell’altro. Di qui, per la Klein, l’invidia si ingenera nei meandri oscuri della nostra condizione fisiologica, con quel concrescere della fantasia distruttiva radicalizzata dentro di noi fin dalla nascita – che in Freud si caratterizza come istinto di morte in contrapposizione all’istinto di vita – e che può apparire ora come invidia ora come avidità. Entrambe mostri che conducono, ben sintetizza Maria Rita Parsi, all’incapacità di provare amore e gratitudine (<<invidia>>)  oppure all’istinto distruttivo di chi ci ha donato la vita (<<avidità>>).                 

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postheadericon QUELLA RIUNIONE DEL ROTARY SUL PONTE …

Di Giovanni Alvaro e Cosimo Inferrera

Ponte sullo stretto di messina

Il chiasso che hanno fatto i ‘No Ponte’, nel corso degli anni passati, amplificato fortemente dalla stampa locale, che ha remato incredibilmente contro, per scelte (?) che non vogliamo scandagliare ma che sono facilmente individuabili, ha di fatto creato l’immagine di una Sicilia totalmente ostile alla costruzione della grande opera trasportistica al punto da permettere ad altre regioni del paese di lavorare per sostituirsi alla Calabria ed alla Sicilia come ‘porte cinesi nel Mediterraneo’.

La minoranza ‘chiassosa’ quindi aveva, ed anche tra gli addetti ai lavori, creato una psicosi negativa che le recenti iniziative sul territorio hanno provveduto a fugare velocemente. Semmai vi è stato fino a poco tempo fa un deficit di informazione che non ha fatto capire alla stragrande maggioranza della popolazione italiana che il Ponte non è un’opera inutile, che non sia possibile spostare l’impegno finanziario su ‘ben altro’, e anche che non serva a niente disinteressarsene completamente.

Ma così non era e non è. E la dimostrazione è venuta in modo indiscutibile dall’ultimo Convegno sul Ponte organizzato a Catania dal Rotary Club il 3 dicembre scorso alle ore 20, e sviluppatosi, con interessantissime relazioni (l’on. Zamberletti, il dottor Francesco Attaguile, l’ing. prof. Enzo Siviero, l’ing. Giovanni Mòllica) ben oltre le ore 23. Successo netto, quindi, dell’iniziativa conclusasi poi con un botta e risposta tra il giornalista Tony Zermo e gli illustri ospiti ai quali si sono aggiunti l’ing. Giuseppe Fiammenghi della Stretto di Messina, e l’arch. Pier Paolo Maggiora.

 

Altro che disinteresse. Salone dell’Excelsior stracolmo con la presenza della Catania che conta, che pesa e che ha ruoli di primo piano. Dagli amministratori capeggiati dal Sindaco della città etnea, alle decine di operatori economici e imprenditori catanesi che hanno recepito pienamente attraverso le parole e le slide proiettate dai relatori quanto il Ponte sia essenziale per l’Italia, il Mezzogiorno e le due regioni del profondo Sud.

 

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postheadericon Ponte sullo Stretto, una proposta concreta per posti di lavoro e sviluppo

Di Cosimo Inferrera

Ponte e nn solo

Il Convegno su “Il Ponte Mediterraneo … e non solo” tenutosi a Reggio Calabria il 19 ottobre, con la partecipazione di Enti locali, Associazioni pro-ponte, accademici e tecnici di molte Università italiane, ha stigmatizzato l’ennesimo cambio di marcia in rapporto al cambio di governo su una scelta infrastrutturale affatto localistica, qual’è il Ponte, tassello essenziale per il rilancio europeo verso la costa sud del Mare Nostrum. L’attraversamento stabile nello Stretto di Messina sposterebbe quasi a ridosso di Suez il corridoio nord, che oggi trova in Rotterdam il punto di riferimento tra Spagna e Russia. Da qui la proposta di denominarlo “Ponte Mediterraneo”.

 

A Roma la recente conferenza dei servizi del 27/09/2012 ha reso l’opera cantierabile da subito, una scelta strategica per l’intero Paese. Contatti recenti con finanziatori stranieri, in particolare cinesi, indicano che l’opera si può autofinanziare in un’ottica di sistema che vada ben oltre Messina, Villa San Giovanni e Reggio Calabria, comunque punti fermi nei percorsi di sviluppo.

Proprio in vista delle esigenze locali e per ridurre l’impegno finanziario internazionale, si ravvisa la necessità di redigere un Master Plan complessivo da inserire nel progetto esecutivo. Nei piloni si realizzino delle “torri abitate” attraverso predisposizioni idonee che lo rendano auto-sostenibile attraverso la fruizione delle straordinarie potenzialità intrinseche ed estrinseche del Ponte. Si tratta di insediamenti di carattere economico-culturale, scientifico-energetico e turistico-commerciale, che lo stesso Ponte e le aree circostanti sono destinati ad ospitare. Nel quadro di un rimodellamento armonico del sistema portuale calabrese e siciliano, il Ponte enfatizza i miti e la storia dell’Area dello Stretto, facendone un piano di scorrimento unitario dal confine intercontinentale afro-asiatico, dove transita il 30 % del commercio mondiale, verso l’Europa.

 

L’ipotesi della cancellazione del Ponte – cui la stampa dà risalto – oltre alle penali risarcitorie da corrispondere al contraente principale Eurolink (con i risvolti patrimoniali a carico dei soggetti che se ne assumessero la responsabilità di fronte alla Corte dei Conti, visto il conseguente rilevantissimo danno erariale) produrrebbe una serie di contenziosi per gli espropri in atto. Senza contare il vulnus all’immagine del nostro Paese accreditata nei congressi scientifici, nella realizzazione di ponti incredibili, nei contatti internazionali in Cina, in Giappone, a Miami, in Ecuador ad opera dai nostri esperti, tutti presenti al recente Convegno.

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