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postheadericon Sconcerti per oboe e tromba

Una raccolta di versi, prose e pensieri dal 1989 di Daniele Colica

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postheadericon SOLITUDINE

Note a margine al male assoluto del nostro tempo

di Santi Lo Giudice

<<Nessuno ha mai visto Dio;

se ci amassimo gli uni con gli altri,

Dio rimane in noi  e l’amore di lui

in noi è perfetto>> (2 Giov. 4, 12)

  La solitudine è una condanna ed è, senza alcun forse, come ben compreso da Salvatore Natoli, il male assoluto che riconduce, come brace accesa sottocenere, a quell’anfratto che si è dileguato col nostro venire alla luce. E se poi la persona che si è fatta carico del transito è passata nel senza tempo, allora ha ragione il poeta che dice che non siamo del tutto soli finché essa è in vita. Certo i poeti, come i filosofi, amano le metafore e vivono di metafore e, forse, per questo rendono edulcorate gli involucri e i contenuti di ogni loro considerare. Ed è un bene, a causa della condizione d’essere dell’umanità, che poeti-filosofi elevino su piani alti – come fecero gli antichi Greci che di fronte  al crudo dire di Sileno costruirono l’Olimpo per rendere sopportabile il vivere – tutto ciò che di più intimo gli appartiene. Una risposta a tutto ciò la si coglie in una meditazione del libro testamento – scritto per familiari e amici – di Domenico Zampogna dall’indicativo titolo Gli occhi della solitudine: <<Quando Hillary raggiunse la vetta dell’Everest si piegò su sé stesso, poi ebbe la forza di alzare il capo, di guardare con moto, rotatorio le sconfinate profondità del cielo, le immense catene montuose e scoprì che era solo>>. E la meditazione continua con una causticità che rasenta il più crudo cinismo: <<Dopo le sue fatiche (…) il Creatore si avvide di essere solo. Perciò creò Adamo, a sua immagine e somiglianza. Sappiamo cosa sia rimasto di quell’immagine, ma non sappiamo perché si debba amare il prossimo come se stessi. Quale prossimo? Be’, direi: quello che è a nostra immagine e somiglianza>>. Non cinica, seppur sempre caustica, è la poesia Solitudine  di Franco Capelvenere, scritta in un fondo di letto dopo un pesante intervento chirurgico, di cui  propongo un passaggio  che sento mio, anche se non ho mai avuto la capacità di dare forma lirica ai contenuti: <<L’amicizia riempie vuoti impensabili/a dispetto del tempo in cui si faceva/ uso della parola “amore”/senza assumersene responsabilità./Cosicché oggi quelle parole/appaiono vuote e miserevolmente/ false, inadatte alla circostanza>>. La digressione semantica, che dal singolare “amore” porta al plurale “parole” non è una licenza poetica; è invece la messa sotto accusa di tutti quegli universi semantici che vivono dentro e intorno la parola “amore” e che si rivelano sempre falsi, ipocriti e del tutto inadatti a stabilire autentici e leali legami di comunione.

   La solitudine  ha occhi che arrivano a scrutare quegli interstizi che quelli dei sensi non riescono a penetrare. Ecco perché la solitudine è l’autentico male assoluto: laddove alberga, laddove occupa spazi, la coscienza si ritrae: tutto va in frantumi e il senso scompare. Non restano che tracce amorfe della nostra impotenza che si traducono in una realtà deformata, spettrale, anche quando è la luce del sole a farle apparire predisposte alla forma. Tracce ben rappresentate vanno dalla poetica della <<meraviglia>> di Gianbattista Marino e infinite narrazioni disposte a testimoniare della <<maraviglia>> della natura e della storia di Nicolò Serpetro e, poco più avanti, seppur in pieno Illuminismo, della sorprendente spettralità collocata a guardia di “Villa Palagonia” a Bagheria, per non parlare delle altrettante orride raffigurazioni che caratterizzano il barocco di Noto.

   La solitudine genera incomunicabilità e questa a sua volta tragedia. Si fa tragedia nel Prometeo incatenato di Eschilo e nel Filottete e nell’Aiace di Sofocle. Tre tipologie di solitudine: la prima eroica e titanica, per la scriteriata sfida di Prometeo alla potenza di Zeus; la seconda patetica e introspettiva, per il destino di Filottete, lasciato dai compagni a causa di una piaga purulenta e poi ricondotto innanzi a Troia perché il Destino ha deciso che senza di lui Troia non sarebbe mai caduta; la terza di tragico dissidio interione, visto che Aiace, privato ingiustamente delle armi di Achille, cede all’ira, impazzisce e, preso coscienza di ciò, per vergogna si suicida. Tre esempi di solitudine: contro il dio, il compagno d’arme, contro sé stesso. Esempi, c’è da far presente, che si dispiegano su un terreno noto, quello dei valori, dentro cui  ognuno opera a seconda di un fine, che rende esplicite a tutti, amici e nemici, le sue prospettive.

    Col passare di due millenni la solitudine da tragedia si fa commedia. Tutto sembra riparabile. Il giovane principe di Danimarca assiste al lento trasformarsi dei suoi cortigiani, che si staccano da lui e lo lasciano solo e diverso. Amleto non si regge, il suo intelletto non segue le azioni, non riconosce più la linea di demarcazione del bene dal male, non distingue i colori dell’etica e non depone fiducia nella giustizia. La solitudine di Amleto, molto vicina alla tipologia della solitudine moderna,  non salva nemmeno il rapporto del personaggio con se stesso: vive una sorta di spazio di confine  in cui la vita è incolore perché si è convinto di quanto sarebbe insopportabile se non disponesse, come Giano, di due facce volte a un tempo al patetico e al tragico. Convincimento che Shakespeare  rafforza nel Re Lear, <<pone – a seguire Heine – il più desolato lamento sui mali del mondo in bocca ad un pazzo, mentre gli fa scuotere angosciosamente il berretto a sonagli>>. Diversamente in Moliere: Misantropo è un solitario che disprezza la società perché la ritiene priva di valori e preferisce la solitudine alla compagnia versata alla cattiveria. I valori esistono e il suo ridursi in solitudine è una forma di ribellione che ha la valenza di farlo riconciliare con sé stesso. Con Rousseau, al di là della società, c’è una natura portatrice di verità  e che spinge a una morale laica  grazie a cui l’uomo non è mai del tutto solo.

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postheadericon Tanti auguri e lunga vita a Babbo Natale

Lo sapete che Babbo Natale è nato a New York nel 1822? L’Inghilterra fu la prima nazione europea ad importarlo dall’America e che grazie a Charles Dickens lo valorizzò grazie dedicandogli il famosissimo “Canto di Natale” da cui vennero tratti un film ed una riduzione Disney con protagonista Topolino, oggi pressoché introvabile. Dall’Inghilterra babbo natale venne adottato da tutti i paesi di tutta Europa ed anche oltre.

La tradizione vuole che Babbo Natale arrivi la notte del 24 su una slitta trainata da renne e con sulle spalle un sacco pieno di multicolori pacchetti regalo. La slitta vola in un cielo stellato sopra un paesaggio nevoso, da qui la facile considerazione che l’origine di Babbo Natale sia nei paesi del nord Europa. Niente di più sbagliato. Ed ha pure un papà: il pastore luterano Clement Clarke Moore  professore di teologia e letteratura greca, che la notte di Natale del 1822 scrisse un poema in versi dal titolo “The night before Christmas” nel quale tratteggiava la figura di un anziano, panciuto e barbuto nonnetto che portava doni ai bambini, buoni e cattivi.

In questi anni, in prossimità del Natale, si apre inevitabilmente un dibattito “spacca-marroni” sulla utilità di questo effimero personaggio (in fondo dura una sola notte). Dibattito in cui i vari intellettuali, i cosiddetti soloni della mente inutile (psicologi, sociologi, psicanalisti) e chi più ne ha più ne metta, si interrogano a vicenda se sia il caso o no di troncare questa fiabesca figura dicendo a tutti i bambini del mondo che egli è, in fondo, una invenzione del consumismo. Vogliono che i bimbi sappiano che non arriva con le sue renne sui tetti, che non si cala dai fumaioli dei camini e che non lascia nessun dono la notte di Natale. Ma perché bisogna intristire i nostri bambini come se già non fossero tristi a causa degli avvenimenti che giocoforza sono costretti a vivere assieme ai loro genitori? Per quale motivo distruggere l’unica festa che da sempre unisce la famiglia attorno al desco in un giorno nel quale è vietato essere tristi, in un giorno in cui è obbligatorio prendersi una vacanza mentale?  In fondo di essere tristi noi italiani ne abbiamo ben donde, essendo alle prese, in questi giorni di Natale, con una manovra che non porta delizie, ma è progettata da un algido signore con i capelli bianchi, smilzo e che però non è Babbo Natale. E’ uscito in questi giorni un bellissimo libro che consiglio a tutti i lettori di acquistare. Si intitola “ La vera storia di Babbo Natale” scritto da Alfio e Michele Maggiolini. Il primo docente di Psicologia del ciclo di vita presso l’Università di Milano Bicocca, il secondo invece ha conseguito un master in Antropologia culturale presso la School of Oriental and African Studies di Londra. Due cervelloni che hanno il merito di avere scritto la storia di Santa Klaus come una vera e propria fiaba. Nell’introduzione affrontano i risvolti psicologici della festa del Natale, che appartiene a tutti noi, bambini e non, ma e che in passato è appartenuta anche ai nostri nonni. Il Natale con il suo profumo di cannella, con il suo odore di cioccolata ed il sapore di fichi secchi. E’ evidente che i due autori parteggiano per Babbo Natale e lo difendono contro tutto e tutti tanto che, raccontano, di una televisione francese che l’anno scorso trasmise uno spot che demonizzava Babbo Natale, uno spot che venne interrotto per la vibrante protesta dei genitori e degli stessi bambini teleutenti. In fondo se ci pensiamo bene da sempre il nostro Babbo oltre ad allietare i bambini che ne aspettano la venuta già dai primi di dicembre è simbolo di consumismo, quindi perché raccontare ai nostri ragazzi che Babbo Natale non esiste e che i doni li portano i genitori? Una esercitazione inutilmente distruttiva che può anche risultare perniciosa per lo sviluppo dei nostri cari figlioli. Nel seguito i capitoli si dipanano attraverso i seguenti temi: la festa del Natale; di che cosa è fatto il Natale; la nascita del sole; la festa in famiglia; consumare il Natale; un’invenzione americana; perché Babbo Natale non è donna?; Babbo Natale come metafora e tanti altri argomenti.

Il libro, come si vede, è esaustivo sotto tutti i punti di vista ed è un libro che durerà nel tempo, almeno finché Santa Claus volerà con le sue renne.

La festività del natale affonda le sue radici addirittura all’epoca dei romani, che salutavano la morte e la rinascita del sole proprio in questo periodo tra  l’11 ed il 25 di dicembre, secondo il calendario approvato da Giulio Cesare. Alcuni aspetti delle feste dette “saturnali” ricordano effettivamente il Natale: i romani si scambiavano doni, facevano lunghi banchetti ed attendevano il solstizio d’inverno giocando a tombola, questo prima ancora che nascesse Cristo. Con la venuta del Messia il Natale è diventata la festa della natività di Dio che si è fatto uomo in terra ma è diventata anche la festa della famiglia e la festa del consumismo, se consideriamo che i Re magi portarono da terre lontane oro, incenso e mirra.

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postheadericon BUONI E MESCHINI SENTIMENTI SU FATTI DI NOSTRA APPARTENENZA

Considerazioni a margine su stranezze istituzionali e personaggi camaleontici

di Santi Lo Giudice

Socialisti soltanto di Dio?

Bettino Craxi

Bettino Craxi

Socialisti di Dio? No, di certo.  Il socialismo di Craxi, De Michelis, De Donato, La Ganga, e di tanti altri illustri campioni baciati dal Padreterno, ha vissuto delle belle stagioni ancor prima che si costituisse ufficialmente a Genova nel 1892 col nome di “Partito del Lavoratori Italiani”. La definizione di Partito Socialista Italiano è del 1895 ed ha avuto la durata di un secolo: il 1994 segna la sua scomparsa travolto da una visione politica approntata per lo più a latrocini e sconsideratezze etico-politiche. Dicevo di << belle stagioni>> non spinto da retorica, ma dal convincimento che si trattò del primo autentico movimento sociale a promuovere principi di solidarietà, che erano di natura diversa da quelli promossi dal magistero sociale della Chiesa cattolica. Mio padre d’indole socialista, e che doveva la sua vita a un “capopopolo partigiano socialista”, in quel per molti versi maledetto 25 aprile, che ne riconobbe la sua onestà e rettitudine, seppur in divisa della Milizia Ferroviaria al tempo della Repubblica di Salò, e che successivamente venne insignito proprio dal socialista Sandro Pertini cavaliere della scuola per meriti scolastici, ogni qual volta sentiva parlar male dei socialisti si rabbuiava e viveva espressioni ora di meraviglia oppure, irritato, dava all’interlocutore del provocatore. E questo accadeva anche quanto l’interlocutore era suo figlio, che di certo non voleva né recargli dispiacere né tantomeno irritarlo, allorquando assieme ai tanti galant’uomini socialisti che hanno dato la vita per la patria faceva menzione dei nuovi corsi del socialismo che si sono consumati, nella seconda metà del secolo scorso, all’insegna della mancanza di decoro. Mio padre è morto al primo minuto dell’entrata del terzo millennio. Se fosse vissuto ancora un decennio e avesse avuto modo di vedere Lavitola proprietario del l’Avanti!, forse si sarebbe ricreduto e avrebbe soppesato il perché nel movimento socialista c’è sempre stata una separazione tra l’anima massimalista e quella moderato-riformista, che ha indebolito il Partito e lo ha condotto alla deriva. Nel cedimento dei principi il malefico germe della corruzione ha preso il sopravvento. Segni inequivocabili della caduta degli ideali sono stati l’adesione di socialisti di rilievo alla Loggia P2 di Lucio Gelli. Con Craxi, e poi soprattutto con Berlusconi, si è passati dal tunnel al fosso: il fondo è stato Lavitola, che ha tenuto strette le chiavi delle stanze del potere berlusconiano. Fondo melmoso, da cui non è dato facilmente risalire.

Analogie improprie

   Da più ambiti la caduta di Berlusconi è stata rapportata a quella di Mussolini. Dalla definizione di <<traditori>>, riservata da Berlusconi a quanti lo hanno sfiduciato nell’ultimo suo appello alla Camera, si è banalm4ente risaliti ai fascisti del “Gran Consiglio” che, nell’approvare l’<<Ordine del giorno Grandi>>, hanno sfiduciato il Duce. Poco, troppo poco per cogliere un’analogia tra i due. E non giova neppure il fatto che entrambi fossero capigoverno per un ventennio, che hanno caratterizzato due ere: una detta “fascismo” e l’altra “berlusconismo”. A parte il dettato di cornice e la diversità dei tempi, i personaggi sono stati portatori di una visione di vita difficilmente assimilabile. Mussolini, all’insegna delle aquile imperiali e del verbo futurista auspicava un popolo ardito, atletico, coraggioso, bellicoso sospinto da fulmineità di luce, di velocità d’esecuzione, d’impeto sconsiderato, di fragore frastornante. Berlusconi auspicava tutto questo per quanto riguardava il suo impero economico, mentre sul versante sociale si presentava come modello di agiatezza che andava dalle più comuni debolezze ai vizi da basso impero romano. Per restare su questo versante c’è da dire che le donne da Mussolini si recavano in incognito e in incognito si concedevano, Berlusconi, a seguire la stampa di questo ultimo anno, faceva ricorso a lenoni di bassa lega che ne traevano profitto insieme alle loro sponsorizzate. E il profitto non sempre era frutto di generosità, come faceva credere: le istituzioni hanno tenuto a busta paga personaggi che, sotto il fascismo, non sarebbero andati al di là di un posto di operatore ecologico, pur nel massimo rispetto per questa nobile e utilissima professione. Come impropria è l’analogia che riguarda la causa dell’uscita di scena dei protagonisti: la presenza dirompente di forze esterne. L’<<arrivo degli Alleati>> in Sicilia per Mussolini, l’intervento della Comunità Europea e degli stessi Stati Uniti  associate all’intimazione di natura economica per Berlusconi. Impropria, non perché non vere le cause d’uscita di scena dei nostri protagonisti, ma perché il richiamo, in entrambi i casi, a una tragica circostanza esterna come fattore scatenante del loro declino ha un raggio più ampio. Soprattutto per quanto riguarda Berlusconi si è percepito da sempre che non di una stella ma di “meteorina” o, tutt’al più, di “meteorite”, si trattasse, che evidenziò la sua fragilità sotto il freddo, seppur soave tono, richiamo del cardinale Bagnasco  in occasione della Conferenza dei Vescovi del 27 settembre e poi nella giornata della gioventù il 17 ottobre a Todi. Per il resto – a parte la condizione economica personale che vede l’uno povero in canne e l’altro tra i più ricchi uomini del mondo – entrambi si spensero per cause esterne: a Mussolini fu fatale lo sbarco degli Alleati in Sicilia e il successivo bombardamento di Roma del 10 e del 19 luglio 1943, a Berlusconi il commissariamento de facto dell’Italia da parte dell’Unione Europea e del Fondo Monetario, in seguito all’impotenza del suo governo di dare risposte costruttive alla crisi. Dei lutti e delle rovine che abbiamo ereditato dalla dittatura fascista tutti sappiamo, dello sfacelo etico ed economico berlusconiano, non ancora del tutto quantificabile, credo che gli italiani difficilmente, molto difficilmente, si scrolleranno il peso a breve scadenza.

Dall’arcivescovo di Canterbury opere e parole cristiane

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postheadericon Varata la manovra con le lacrime del ministro Fornero

Ma la più “impressionante” di tutti resta Angela Merkel

Elsa Fornero

Nel momento in cui chiedeva sacrifici “impressionanti” ai pensionati italiani, il ministro del Welfare Elsa Fornero (nella foto), non ha retto all’emozione e portando la mano alla bocca ha pianto sulla spalla del premier Monti, il quale, algido come un Mottarello, non sapendo che pesci prendere l’ha guardata con un’espressione tra l’infastidito ed il sorpreso ed ha continuato a parlare lui per la sua ministra.

L’immagine che vedete è il momento cruciale della conferenza stampa del governo Monti subito dopo il varo da parte del CdM dei provvedimenti “lacrime e sangue”. Per ora si sono viste solo le lacrime, il sangue assicurano i soliti vampiri del Palazzo, arriverà dopo, speriamo il più tardi possibile. Intanto questa foto della ministra che piange ha fatto il giro del mondo e sicuramente non sarà sfuggita alla signora Merkel che sempre più appare come l’angelo sinistro della odiata Germania. Neanche fossimo tornati al 1 settembre del ’39 quando il suo predecessore Adolf Hitler con occhi che sprigionavano odio, invase la Polonia scatenando la Seconda Guerra Mondiale.

Sarà contenta la cancelliera in filo spinato del pianto della signora Fornero? Chissà cosa le sarà balenato nella mente? Forse nuovi campi di sterminio per gli italiani (ingovernabili), o qualche altra diavoleria che , a guardarla bene, si legge nei suoi occhi sfuggenti? Sarà stato contento anche l’inquilino dell’Eliseo, quel Sarkozy dalle orecchie a sventola che proprio settimana scorsa si era permesso di sollecitare, con piglio da padrone, il nostro premier, per fortuna algido anche in quella circostanza, non solo a far presto ma anzi prestissimo.

Detto fatto. Il governo dei tecnici ha partorito una manovra da oltre 20 miliardi che tocca le pensioni (per età e sistema di calcolo), l’evasione, la casa e le province (formalmente abolite in attesa dei relativi decreti attuativi).

Nei giorni scorsi la famosa cancelliera (che con la crisi e la speculazione sull’euro ci ha guadagnato eccome) ed il presidente Sarkò avevano avvalorato la pazza idea che fallendo, l’Italia avrebbe trascinato tutta l’Europa nel disfacimento. Come si vede un modo per addossare agli altri anche le proprie responsabilità, che sono state enormi e forse ancor più di quelle italiane. Basti pensare al momento dell’entrata nell’Euro, alla parità di cambio euro/marco di 1 a 1, voluto proprio dalla grande Germania di Koln (di cui la Merkel era allieva), mentre a noi pure fondatori dell’Europa è toccato un cambio sfavorevolissimo di 1 a 2 nel rapporto Lira/Euro. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: in pratica è come se agli italiani avessero dato un mucchietto di marchi con cui fare la spesa tutte le mattine, con il doppio dei prezzi praticati in Germania. Da qui è nata la nuova povertà degli italiani che si credevano ricchi con l’Euro più forte del Dollaro ma in realtà erano più poveri con l’Euro equiparabile al Marco.

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